“Il momento senza durata ed il punto senza estensione, essi sono il mezzo dorato ed il dritto sentiero che ci
conduce dal tempo all’eternità, dalla morte all’immortalità.” A.K. Coomaraswami
Lo Yoga è uno dei sei sistemi ortodossi della filosofia indiana. E’ ortodosso poiché riconosce l’autorità dei
Veda, le più antiche scritture sacre degli indù, che risalgono almeno al 1500 a.C.
Narra il mito che un giorno il dio Shiva, seduto sulla spiaggia di un'isola, stesse istruendo la sua sposa
Parvati sulla pratica dello yoga, non accorgendosi però di un piccolo pesce che, nascosto tra le onde che si
infrangevano sul bagnasciuga, ascoltava rapito tutte le sue parole. Quando i due déi si resero conto della
presenza del piccolo intruso era troppo tardi: questi si era già dileguato tra i flutti, portando con sé tutti i
segreti che aveva appreso. Il pesciolino nuotò per chilometri e chilometri, mentre elaborava e metteva a
frutto dentro di sé gli insegnamenti che aveva carpito a Shiva. Tale era la potenza di questi insegnamenti
che il pesciolino, nel breve spazio del suo viaggio a nuoto, passò attraverso tutte le tappe del percorso
evolutivo finché, quando al termine del viaggio giunse a riva, sul continente, si era infine trasformato in un
uomo. Quest'uomo, che si chiamò Matsyendra (Matsya in sanscrito significa "pesce"), fu il primo yogin della
storia, e attraverso il suo insegnamento la scienza dello yoga poté essere conosciuta dagli esseri umani.
Questo mi to indiano sull'ingresso dello Yoga nella storia umana evoca una cultura strabordante di simboli,
forme, rappresentazioni, da cui è difficile estrarre degli elementi utili a darne una definizione univoca.
Questo viaggio ha inizio sulle rive del fiume Indo, tra il terzo e il secondo millennio avanti Cristo, epoca cui
sono fatti risalire i più antichi reperti archeologici finora ritrovati con rappresentazioni collegabili in qualche
modo allo yoga. Poco o nulla si sa della civiltà fiorente ed evoluta che a quel tempo si era sviluppata nella
valle dell'Indo: la civiltà Dravidica. I ritrovamenti testimoniano però la presenza, in quella misteriosa
cultura, di alcuni elementi che avrebbero rivestito una grande importanza per lo yoga nei secoli successivi,
e che sarebbero stati recuperati in particolare nell’ambito tantrico che avrebbe dato vita allo hatha yoga: il
culto della forza creatrice femminile, nella forma della Grande Dea o Dea Madre, le immagini di yoni e
linga, simboli sessuali legati a riti di fertilità e rappresentanti le energie archetipiche, rispettivamente
femminili e maschili. Alcuni reperti sembrano anche suggerire la conoscenza di pratiche di controllo fisico e
respiratorio che avrebbero potuto costituire una prima forma embrionale di yoga, forse utilizzate in ambito
sciamanico, allo scopo di indurre stati di coscienza particolari, conseguire poteri magici e comunicare con le
forze soprannaturali.
La civiltà della Valle dell'Indo scomparve travolta dall'invasione di popoli nomadi di ceppo indoeuropeo che
chiamavano se stessi Arya (nobili, congiunti). Gli Arya discesero lungo il percorso dell'Indo con cavalli e carri
da guerra e, dopo essersi diffusi largamente nel subcontinente indiano, vi si stabilirono definitivamente
attraverso un lungo e sofferto processo che diede origine alla civiltà indù. Dalla divisione funzionale della
società caratteristica di queste popolazioni nomadi nacque una rigida struttura di controllo sociale, il
sistema delle caste, gerarchia piramidale ed ereditaria al cui vertice erano collocati i Brahmani, la casta
sacerdotale, e nella cui base, la casta votata al servizio, confluirono le popolazioni sottomesse;
dall'adorazione degli Arya per le forze cosmiche, successivamente personalizzate sotto forma di divinità,
nacque il vasto Pantheon indù, celebrato negli inni dei Veda.
Vista la grande estensione geografica dell’India antica, che comprendeva anche i territori dell’attuale
Pakistan e Bangladesh, gli Arya si introdussero in India da Ovest attraverso il corridoio del Pamir e per
ondate successive invasero l’intera piana indiana ed il sud del subcontinente. Ebbe quindi un lungo e
laborioso processo culturale, in cui i nuovi dominatori assimilarono lentamente ma profondamente gli
elementi della civiltà autoctona. Storicamente, non è stato possibile accertare se lo Yoga ha origini
completamente pre -ariane o sia nato dal sincretismo e dall’interazione di due culture: quella sedentaria e
matriarcale pre-ariana, e quella guerriera e patriarcale ariana. I Veda sono i testi sacri indù più antichi, composti intorno al 1500 a.C., quando il processo di
sedentarizzazione degli Arya in India si era ormai completato. Il cuore della liturgia vedica è rappresentato
dal sacrificio officiato dai Brahmani, depositari della scienza sacra e unici intermediari tra il mondo umano e
il mondo divino. Il rito sacrificale (in origine costituito da offerte di vittime animali, poi via via sostituite da
riti non cruenti) aveva nella sua manifestazione più grossolana una funzione di sostegno e di regolazione
delle energie cosmiche personificate negli déi, che il sacerdote dirigeva attraverso l'azione liturgica allo
scopo di ottenere vantaggi materiali per la comunità (ad esempio, un buon raccolto).
Un diverso significato del rito sacrificale, più evoluto, nasce da un elemento che si affermerà come uno dei
pilastri del pensiero filosofico indiano: la consapevolezza che dietro alla danza delle forze cosmiche e al
dispiegarsi della manifestazione esiste un principio ultimo, unico, assoluto ma non manifesto (il Brahman),
da cui tutto discende, e che rimane celato dal traboccare delle innumerevoli forme del mondo fenomenico.
Il rito, spostato su un piano simbolico, viene allora compiuto per ripercorrere a ritroso il processo di discesa
dall'Uno indifferenziato alla molteplicità delle forme, ricostruendo così l'unità originaria.
Come il rito vedico anche la pratica dello yoga, fin dalle sue origini, è soggetta a due principali
interpretazioni, una più utilitaristica e l'altra più spirituale.
Inizialmente la maggior parte dei cultori di discipline psicofisiche (che nei Veda sono citati come tapasvin,
seguaci dell'"ardore") utilizzava queste pratiche essenzialmente allo scopo di acquisire potere, sia sul
proprio corpo e sulle sue pulsioni, sia sul mondo esterno, attraverso i poteri magici che si riteneva
potessero essere risvegliati dal dominio del corpo e della mente. In questo senso è possibile rintracciare un
collegamento diretto con lo sciamanesimo centro-asiatico. Alcuni, però, le praticarono nel tentativo di
trascendere la condizione umana ordinaria per accedere a una coscienza superiore, anticipando così la
successiva evoluzione di queste discipline nello yoga classico.
Nella sua interpretazione più spirituale, lo yoga delle origini può essere considerato come
un'interiorizzazione del rito sacro di ascesa dal molteplice all'Uno. Se il sacerdote della liturgia vedica
operava infatti l'ascesa attraverso un rito esteriore, gli yogin, nell'i dea di una sostanziale corrispondenza tra
microcosmo e macrocosmo, tra uomo e universo, attuarono questo cammino di reintegrazione attraverso
un'immersione nelle profondità della coscienza, alla ricerca della propria natura fondamentale,
permanente e indifferenziata (Atman), che, secondo un'equazione che rappresenta uno dei cardini di gran
parte del pensiero indiano, coincide con l'essenza permanente e indifferenziata dell'universo (il Brahman).
Per ottenere questo alto scopo, gli yogin finalizzarono la disciplina del corpo e della mente al
raggiungimento di stati di coscienza che permettessero il superamento dei limiti dell'io e dei
condizionamenti che impediscono all'essere umano il riconoscimento della realtà ultima. Anche se molti
maghi e seguaci dell'occulto continuarono a utilizzare le tecniche dello yoga allo scopo di ottenere poteri
soprannaturali (le siddhi), chi praticava con intenti più spirituali considerò le siddhi degli effetti secondari
pericolosi, che, con l'ebbrezza del potere, potevano distogliere il ricercatore dal suo scopo fondamentale.
Per creare le condizioni più favorevoli alla pratica interiore, gli yogin intrapresero il cammino solitario degli
asceti, ponendosi al di fuori della vita sociale e della gerarchia delle caste. Liberandosi dal rigido sistema di
regole che costituiva la struttura della società indù, poterono concentrare tutte le proprie energie nella loro
ricerca, ritirandosi nella foresta o sulle montagne. Non erano unici in questa scelta: il percorso ascetico era
consentito e previsto dalla tradizione, ed era anzi considerato l'ultima delle tappe obbligatorie della vita di
un brahmano, una volta assolti i doveri familiari e sociali. Alcuni, tuttavia, lo intraprendevano appena
raggiunta l'età adulta, senza aver prima formato una famiglia.
Questo allontanamento dalla società per dedicarsi alla ricerca interiore non corrispondeva però affatto ad
un'affermazione della propria individualità: al contrario, la personalità individuale e le tensioni egoiche
erano considerate uno dei principali ostacoli al riconoscimento della propria natura profonda e al
compimento del processo di reintegrazione dello yoga.
E’ nelle Upanishad, l’ultima parte dei Veda, che si trovano i fondamenti degli insegnamenti dello Yoga e
della filosofia Vedanta, la cui idea centrale è che alla base dell’intero universo vi sia una realtà assoluta o
consapevolezza, Brahman. Non dimentichiamo poi che lo stesso Buddha, vissuto ne VI secolo a.C., è stato
uno yogin prima di proporre la sua via spirituale di rinnovamento.
La Realtà non può essere formulata in termini positivi di categorie della mente, né in termini negativi di
negazioni di tali categorie, ma essa è uno stato di coscienza che trascende le ordinarie limitazioni spaziotemporali
imposte dall’io. L’io struttura la convinzione profonda della dualità del reale in due modi:
spazialmente, ritagliando delle cornici arbitrarie attorno ad una parte della realtà ed isolandola dal
contesto del resto dell’universo. Nascono così le ‘cose’, i concetti, e dunque la possibilità di
manipolarli. Questo tipo di conoscenza basa il suo funzionamento sul filtro simbolico-linguistico.
Temporalmente, attraverso la memoria costruisce un’idea di passato e di ordine lineare degli
eventi.
La realtà si dà una sola volta, e mentre la struttura del pensiero concettuale è lineare e diacronica, il mondo
manifesta i suoi diversi eventi in modo sincronico. Ciò significa che in verità gli stessi concetti di tempo e di
spazio sono costruzioni illusorie della identificazione egoica.
La pratica dello Yoga mira non tanto ad abbattere le barriere dell’illusione, ma ad esplorarle sino a
riconoscerne la loro non-esistenza; cioè noi siamo già esseri di luce, ma facciamo di tutto, consciemente o
inconsciemente , per negarlo ed opporre resistenza. Là dove vi è unità ed interdipendenza creiamo confini e
separazione.
Attorno al VI secolo a.C., fecero la loro comparsa due imponenti poemi epici, il Ramayana ed il
Mahabharata, contenente la Bhagavad-Gita, l’inno del sublime, in cui Dio o Brahman, incarnato come
Krishna, istruisce il grande eroe Arjuna insegnandogli le diverse vie dello Yoga.
Nella millenaria evoluzione spirituale dell’India si sono sviluppate molte vie differenti nello Yoga, che
tuttavia perseguono lo stesso scopo: l’unione (yoga) dello spirito individuale (Atman) con lo spirito assoluto
(Brahman), del soggetto e dell’oggetto. Questa unione libera lo spirito da ogni senso di separazione,
dall’illusione del tempo, dello spazio e della casualità.
Patanjali, il genio sistematizzatore del Raja Yoga, autore degli Yoga Sutra (aforismi sullo Yoga), ci dice che
“lo Yoga è l’arresto (nirodha) del movimento ordinario della mente (citta vritti)”. Cioè la nostra natura
ultima e vera è l’unità, che è già presente qui ed ora, ma è coperta dai movimenti della mente e dalle sue
strutture di superficie e profonde (io, inconscio) e dalle loro modalità traduttive del reale (pensiero
discorsivo e simbolico). Le principali vie dello Yoga sono:
Bhakti Yoga, la via della Devozione, percorsa dalla persona ispirata dal sentimento che vuole
trovare il Sé supremo attraverso l’amore incondizionato e la preghiera.
Jnana Yoga, lo Yoga della conoscenza, la via scelta dall’intellettuale che arriva a fondersi con il
divino tramite lo studio degli scritti sacri, la speculazione filosofica e la meditazione.
Karma Yoga, la via dell’Azione senza frutto, quella di chi realizza l’Assoluto coltivando il nonattaccamento
nei riguardi dei frutti delle proprie azioni di vita, e quindi l’azione incondizionata.
Hata Yoga, si fonda sulla prati ca delle asana (posture del corpo) e degli esercizi di pranayama
(armonizzazione dell’energie vitale attraverso il respiro). Hata significa “forza”, ma esprime anche
la polarità dell’essere umano: ha significa infatti “sole”, “calore” o “terra”, mentre tha significa
“luna”, ”freddo” o “cielo”. Il senso degli esercizi di Hatha Yoga è quindi quello di armonizzare le
forze opposte dentro di noi. Il testo classico dello Hatha Yoga è lo Hatha Yoga Pradipika (1400 d.C.
circa), che descrive le varie asana e i diversi pranayama.
Lo Hatha Yoga si inserisce tuttavia nel più spirituale Raja Yoga (yoga reale), che ha come principali oggetti
la coscienza e la mente. Il Raja Yoga ha come massimo riferimento gli Yoga Sutra di Patanjali, collezione di
circa 300 aforismi divisi in 4 libri, composti nel IV secolo a.C, che descrivere i diversi ostacoli alla
realizzazione ed il modo di fronteggiarli. Negli Yoga Sutra viene data la via delle otto braccia (anga): Yama,
Niyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana, Samadhi.
Le prime due fasi (Yamae Niyama) consistono in una serie di regole morali che aiutano chi le segue a vivere
in pace ed in armonia con sé stesso ed i propri simili anche in un contesto sociale. Yama sono le 5 discipline
etiche: ahimsa (non violenza), satya (verità), asteya (non rubare), brahmacharya (continenza), aparigraha
(non appropriarsi di ciò che non viene dato spontaneamente); Niyama sono le 5 regole di condotta
interiore: saucha (purezza), santosa (contentarsi), tapas (austerità), svadhyaya (studio di sè), Isvara
pranidana (abbandono al principio creatore universale).
Le fasi successive di Asana e Pranayama costituiscono lo Hatha Yoga. Il Pratyahara è il ritiro dei sensi
dall’esterno, cioè rivolgere l’attenzione percettiva verso l’interno anziché verso l’esterno come è abitudine.
Nella vita ordinaria questo comunque si traduce in un rinnovato rapporto con gli oggetti della percezione e
con la loro fruizione, in cui è stata trascesa la tendenza egoica a ‘possedere’ gli oggetti, le persone e le
esperienze. Viceversa si raggiunge un equilibrio in cui si attraversano piaceri e dolori con equanimità
profonda e senza che vi sia attaccamento al piacevole o rifiuto per ciò che è spiacevole.
I successivi stadi si riferiscono agli stati di coscienza ottenibili attraverso le tecniche meditative. Dharana
viene di solito tradotto come “concentrazione”, Dhyana come “meditazione”, Samadhi come “coscienza
suprema”. Si tratta tuttavia di approfondimenti successivi di un'unica attitudine coscienziale.
Da secoli la dottrina dello Yoga viene trasmesso da insegnante (guru) ai loro discepoli (shishya). Gu significa
“oscurità”, ru significa “luce”: il guru, quindi, rimuove l’oscurità e porta la luce nella vita del discepolo.
Nell’India antica il discepolo viveva con l’insegnante e lo serviva con devozione, fino a quando acquisiva il
sapere e diveniva maestro a sua volta.
Sostanzialmente tutti gli esercizi dello Yoga sono descritti nei testi classici dello Yoga; tuttavia, le
esperienza, le istruzioni precise per l’esecuzioni degli esercizi, la filosofia, la scienza continuano ancora oggi
a vivere nei maestri e si evolvono continuamente grazie a loro. Lo Yoga, infatti, da un lato è legato alla
tradizione, dall’altro è una scienza viva.