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Le radici della sofferenza
 

 

 

   

Gli Yoga Sutra di Patanjali rappresentano la ‘mappa’ per quanto riguarda la tradizione del Raja Yoga.
Un difetto percettivo di fondo è, secondo Patanjali, all’origine della condizione esistenziale di sofferenza dell’uomo. Dunque lo Yoga si caratterizza e si presenta prima di tutto come una ‘disciplina della percezione’, che si ripromette di togliere il velo che impedisce alla dimensione della pura coscienza, della pura consapevolezza, di manifestarsi.
L’opera di Patanjali è composta da circa 300 sutra o aforismi, suddivisi in quattro libri (pada). Il I libro si intitola Samadhi Pada, e descrive la via che porta alla consapevolezza di sè.
I primi quattro sutra del I libro riassumono in modo geniale la via dello yoga:

  1. Atha yoganusasanam. Adesso comincia l’esposizione della disciplina dello yoga. Anusasanam è la
    disciplina, cioè occorre una disciplina della percezione e della visione, per togliere il velo dell’illusione.
  2. Yogas citta vritti nirodha. Lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente.
  3. Tada drstuh svarupe vasthanam. Quando ciò è realizzato, la coscienza (drasta) riposa nella sua natura essenziale ( svarupe).
  4. Vritti sarupyam itaratra. Altrimenti la coscienza si identifica con le fluttuazioni della mente.

Lo yoga si propone immediatamente come l’arresto del funzionamento ordinario della mente, legato alle fluttuazioni mentali di origine inconscia. Ordinariamente, la coscienza e la mente tendono a prendere la forma degli oggetti con cui vengono a contatto, e dunque vi è confusione, identificazione. Se si attenua l’agitazione della mente, l’identificazione cessa, e la percezione recupera la sua vera natura.
Alla base vi è l’idea che esistano nell’uomo due menti o nature, una egoica e personale ed una universale. Il flusso estroverso del citta vritti (citta vritti sutra) ha origine e si sviluppa nell’ambito ristretto dell’identificazione egoica. Scopo dello yoga è quello di arrestare questa corrente e quindi porre fine alla dinamica della sofferenza. Citta vritti sutra impedisce alla pura dimensione esistenziale consapevole, la pura ‘energia del vedere’o citi shakti di aderire agli oggetti della percezione senza i vincoli della memoria (smriti) e dei condizionamenti inconsci (vasana e samskara), sorretti dalla dinamica dei klesha-vritti, di cui parleremo in seguito. Questa ‘energia del vedere’ è la consapevolezza, che tende ad emergere se i principali ostacoli interiori ed esteriori sono stati rimossi. Si ha allora una naturale adesione della coscienza alla manifestazione, che ritrova la sua natura non-duale e di vuoto (sunyata). Questi contenuti di Patanjali richiamano il ‘Sutra del cuore’ buddhista, che recita esplicitamente ‘il vuoto è forma, e la forma è vuoto’.
Esistono due livelli interpretativi di questi insegnamenti: il primo, che ogni cosa è vuota di un sè separato, la divisione è arbitrariamente posta dalla mente dell’uomo, e la dualità dei fenomeni è illusoria; nella seconda interpretazione possiamo identificare il vuoto buddhista con la dimensione più profonda della coscienza che Patanjali definisce drasta, tradotto come ‘energia del vedere’ o ‘testimone’. La ‘forma’ corrisponde invece all’altro principio ontologico della ‘cosa vista’, darsana shakti, che si manifesta in modo
duale attraverso i guna o qualità della manifestazione. La dimensione primordiale indifferenziata del brahman , l’indistinto, si è quindi polarizzata in questi due principi del vedente e del veduto, al fine di manifestarsi e di creare una dinamica. Lo scopo dello yoga è ritrovare l’unità di vuoto e forma, favorire il re - incontro di queste due dimensioni esistenziali nell’uno-tutto che le trascende.
La seconda interpretazione è più attinente all’ultimo sutra del IV libro di Patanjali, che recita: la liberazione (kaivalyam) è lo stabilirsi dell’energia del vedere (citi shakti) della coscienza nella sua vera natura (svarupa pratisha), il ritorno della manifestazione (guna) alla sua condizione originale vuota (sunyam). Ritroviamo qui una sostanziale coincidenza dell’insegnamento degli Yoga Sutra con il cuore della Prajnaparamita (perfezione della saggezza), nucleo dell’insegnamento buddhista.
Le tradizioni orientali sono spesso fraintese in occidente, perchè si applicano ad esse categorie di pensiero della nostra cultura, cioè si considerano filosofie o religioni. Si tratta invece tecnicamente di soteriologie, ovvero discipline volte alla liberazione dalla sofferenza esistenziale. A questo scopo, Patanjali propone la via graduale delle otto membra (ashtangha1), che è già stata introdotta. Le otto membra constano di una serie di discipline interiori ed esteriori e di pratiche, volte alla liberazione della coscienza dai condizionamenti e dalla sofferenza.
I principali ostacoli sulla via della liberazione vengono citati nel secondo libro: si tratta delle ‘formazioni mentali negative’ o klesha: la presa di coscienza di tali barriere è già per il praticante un grosso passo avanti. Patanjali elenca cinque klesha principali: avidya, asmita, raga, dvesa, abhinivesa.
Avidya è l’ignoranza della nostra natura essenziale, e consiste nell’attribuire alla percezione della dualità dei fenomeni un carattere assoluto, piuttosto che relativo al linguaggio ed alla necessità di concettualizzare.
L’uomo, per la sua struttura culturale ed antropologica, cioè per via della memoria (smriti) e del linguaggio, ha dimenticato la sua vera natura, e quindi vive un rapporto conflittuale ed inquieto con l’universo e con la sua condizione. Avidya è considerata il peccato originale, l’ignoranza fondamentale alla radice della sofferenza esistenziale dell’uomo. La mente ‘duale’, cioè l’io cosciente, attribuisce illusoriamente agli oggetti con cui viene in contatto una natura permanente e una totale indipendenza dal contesto, cioè una estraniazione (alienazione) dalla natura, condizione che comprende anche se stessi e la propria ristretta identificazione. L’intuizione profonda trascendente (prajna), invece, caratterizza il tutto con l’impermanenza e l’interdipendenza. Come conseguenza di avidya, il peccato originale, si produce una confusione percettiva di base che porta ad asmita.
Asmita significa ‘identificazione’, ed è quel processo necessario, ma da trascendere, che ci fa identificare con una parte degli oggetti con cui la coscienza viene in contatto (il nostro corpo, la nostra mente); in termini moderni si tratta dell’io che vuole possedere le cose (io-mio). Lo yoga propone una integrazione di tutti questi aspetti ed una disidentificazione da emozioni ed istinti, per viverli consapevolmente.

L’identificazione è il nodo fondamentale del nostro percorso interiore. Identificarsi significa ‘essere posseduti’ da qualcosa, e dunque è l’opposto di essere liberi.
Raga e dvesa sono desiderio ed avversione, e si tratta evidentemente di aspetti diversi di una unica forza fondamentale.
Desiderio ed avversione si strutturano nel momento in cui, avendo innalzato con asmita una barriera tra l’io ed il mondo esterno, emerge una coscienza manipolatoria e giudicante nei confronti degli oggetti della percezione. Su questo terreno, raga e dvesa hanno modo di crescere e svilupparsi. L’effetto di asmita e della coscienza duale è una dinamica conflittuale nei confronti delle cose e delle persone, che vengono considerate in funzione della possibilità di soddisfare o meno la nostra identificazione. Di conseguenza tendiamo ad attaccarci all’identificazione, cercando di perpetuarla a tutti i costi. La centratura dell’essere umano dominato dai klesha è dunque posizionata nei primi tre chakra legati alla sopravvivenza e all’individuo, ed a un atteggiamento competitivo nei confronti dell’ambiente. Abhinivesa è l’attaccamento alla vita, inteso come la non accettazione della dimensione finita dell’esistenza fisica. Uno dei sutra di Patanjali recita: abhinivesa è radicata anche nel saggio; quindi accogliere la morte, aprendosi ad una dimensione di mistero, rappresenta l’ultima fase del processo di integrazione (kaivalya o moksa).
I klesha rappresentano la catena chiusa, il circolo vizioso, che incatena la coscienza ed alimenta la sofferenza, ed hanno una corrispondenza nel buddhismo delle origini con la ‘coproduzione condizionata’.
La civiltà occidentale, con il suo paradigma culturale etnocentrico, ha strutturato una differente idea di libertà rispetto alla proposta delle vie interiori. Normalmente, la società con i suoi modelli ci lancia il messaggio che libertà significa fare ciò che si vuole a prescindere da tutto il resto, dal contesto, dal rispetto degli altri esseri, del pianeta, dell’universo. Viene quindi incoraggiata l’autodeterminazione in una prospettiva fortemente egoica ed in definitiva superficiale. Lo yoga propone un concetto di libertà totalmente diverso. Libertà è seguire il proprio Dharma, ascoltare la propria voce interiore e realizzare il proprio compito. La stessa vita nel Dharma, insieme alla sadhana (pratica) di una disciplina interiore vissuta con la qualità di abhyasa (costanza) e tapas (naturale austerità), fornisce tutti gli insegnamenti necessari per trascendere i condizionamenti e realizzare la liberazione (moksa, kaivalya). In questa prospettiva, la libertà non è poter fare o non fare qualcosa, ma rappresenta una dimensione esistenziale nuova, anzi ‘la’ dimensione di totale consapevolezza incondizionata, di recupero della purezza originaria.

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