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La meditazione
 

 

 

   

“Nella coscienza in cui l’agitazione della mente è stata placata, si determina, al pari di un cristallo trasparente che assume il colore degli oggetti vicini, una fusione completa del conoscitore, del conosciuto e dell’atto di conoscenza”

Yoga Sutra I.41

“La liberazione (Kaivalya) è lo stabilirsi dell’energia del vedere nella sua vera natura, il ritorno della
manifestazione alla sua condizione originale vuota”

Yoga Sutra IV.34

“Non esiste né creazione né distruzione; Né destino né libera volontà; Né via da seguire né conquista;
Questa è la verità finale”

Sri Ramana Maharishi

“Il più grande ostacolo alla liberazione è pensare di non averla”

Sri Ramana Maharishi

La parola ‘meditazione’ viene dalla radice indoeuropea ‘Ma’, collegata a ‘man =pensare’, ‘mente’, ‘manas’, ,’Man’, che in inglese significa ‘uomo’. ‘Ma’ è inoltre collegata a ‘misurare’, ‘matrice’, ‘madre’, ‘materia’, ‘maya’. Quindi la mente ‘misura’ la realtà attraverso il pensiero. Galileo introdusse il concetto di misura della realtà. La misura viene ritenuta ‘oggettiva’, la realtà quantificabile ed esprimibile completamente attraverso numeri e simboli. Posso poi correlare tra loro questi simboli, costruendo delle teorie verificabili sperimentalme nte attraverso misure ‘oggettive’. Tutto questo agli albori della scienza. Come già introdotto in precedenza, la sistematica applicazione di tale metodo per l’indagine del reale porta, in ultima analisi, ad una negazione del metodo stesso, cioè a provare la sostanziale inconsistenza del dualismo primario tra soggetto ed oggetto di conoscenza.
Quindi tutto il percorso conoscitivo della scienza è stato possibile escludendo il soggetto da ciò che si voleva indagare, ed ipotizzando che la stessa struttura cognitiva e coscienziale del soggetto fosse ininfluente sul fenomeno osservato. Escludere il soggetto non è così semplice. Inoltre misurare fa sparire la qualità dell’esperienza, il nostro vissuto della realtà. Dire che un oggetto è di colore rosso, e quindi emette onde elettromagnetiche ad una determinata frequenza quantificabile con un numero, nasconde completamente e non considera la mia esperienza dell’oggetto rosso, inserito nell’ambiente e che si relazione con la mia coscienza. Questo aspetto è particolarmente spiacevole, poiché scollega totalmente la visione scientifica dalla mia esperienza della realtà.
Inoltre misurare con criteri oggettivi richiede un soggetto con una sua mente cognitiva. Misura, numeri, simboli, etc… con cui pretendo di ingabbiare la realtà, sono in effetti DENTRO il soggetto, che introduce delle griglie pseudo-oggettive, che non sono affatto oggettive, ma solo consensuali tra molti soggetti.
Nel momento in cui misuro la realtà, creo un’altra realtà, diversa dalla realtà vera. Mi trovo in una matrice che crea una realtà alternativa che io scambio con la vera realtà. Allora bisogna uscire dalla matrice per vedere che è Maya, illusione. Dunque la realtà è ricreata e falsificata dalla misura, quindi dal pensiero, cioè dalla mente. La meditazione è quindi una medicina per la mente che mente. La medicina è un mezzo artificiale per ripristinare nel corpo lo stato di salute. Da questo puto di vista la pratica meditativa è molto simile. Quello che cerchiamo ce l’abbiamo già, però dobbiamo recuperarlo, come una persona che non trova una collana perché ce l’ha al collo. Quindi è come tornare a casa, ad una dimensione che in fondo sappiamo già di essere. E’ un po’ come escludere tutto e tornare al cuore.

Distinguiamo due principali tipi di meditazione :

  • La meditazione ‘oggettiva’
  • La meditazione ‘soggettiva’
  • La meditazione ‘oggettiva’ è la più facile. Segue la naturale inclinazione della mente a proiettarsi
    all’esterno e giudicare, pensare, desiderare, etc..

Nella condizione di coscienza ordinaria, la nostra attenzione viene costantemente trascinata, portata di qua e di là e spezzata nella sua unità. I pensieri, le identificazioni e le emozioni sono il collante di questo processo dispersivo. L’oggetto può essere desiderato oppure avversato. Questo ci conduce in un tunnel che ci porta completamente fuori. La meditazione oggettiva non si oppone a questa modalità ordinaria di contatto con la realtà, ma cerca di utilizzare questa modalità per trascenderla.Si distinguono quindi due percorsi fondamentali all’interno della modalità oggettiva:

  1. Calma concentrata (Dharana). Seguo volontariamente un oggetto preciso e mi faccio sequestrare
    fino in fondo sempre dallo stesso oggetto. Ciò rende la mente calma e stabile al pari delle acque di
    uno stagno non increspato dal vento. L’oggetto può essere un mantra, un mandala, una candela, il
    respiro, etc…; cioè si può scegliere il campo visivo, immaginativo, auditivo, o di percezione tattile, e
    concentrarsi solo su quello. Quando sopravviene qualcosa che mi porta via dall’oggetto scelto, la
    considero una distrazione e riporto dolcemente e senza biasimi l’attenzione all’oggetto scelto.
    Questa pratica esclude dalla percezione tutti gli altri oggetti. Si può, se ci sono troppi pensieri,
    scendere a compromessi con la mente, ed associare un solo pensiero all’oggetto, ad esempio
    contare i respiri durante l’osservazione del respiro.
    La coscienza assume la forma degli oggetti, quindi si frammenta se vi sono molti oggetti, e si unifica
    se ve ne è uno solo. Avviene allora la fusione (Samadhi) tra soggetto, oggetto e processo
    conoscitivo.
    La visione corretta di tale tipo di approccio, non è quella di fare uno sforzo per raggiungere la
    concentrazione e la fusione, ma viceversa la volontà dell’io impedisce la fusione, perché tenta in
    tutti i modi (consci ed inconsci) di riaffermare la separazione. Si tratta di togliere qualcosa, non di
    aggiungere sforzi. Occorre lasciar andare il falso confine tra soggetto ed oggetto, che è una
    creazione del nostro pensiero, come meridiani e paralleli di una carta geografica. Questo confine è
    una misura-menzogna della mente. Questo procedere per sottrazioni è il segreto della quiete
    mentale.
    Occorre preservare e cogliere quel seme di pace che c’è in noi e farlo crescere senza l’intervento
    dell’io, inibendo in qualche modo i suoi processi traduttivi lineari e schematici. Questo crea una
    mente unificata, che prepara la strada per andare oltre la mente. Quindi per il Samadhi occorre
    lasciar cadere l’io.
  2. Consapevolezza aperta (Dhyana). Gli oggetti della percezione creano delle onde vorticose di
    pensieri attorno a quell’oggetto che continuano nel tempo anche se l’oggetto primario sparisce.
    Attraverso questo sequestro emotivo, entro in un mondo fatto di ricordi, giudizi o proiezioni future
    che catturano tutto, occupando tutto lo spazio mentale. Questo sistema è alimentato dal
    bipolarismo desiderio (raga) – avversione ( dvesa).
    La pratica della consapevolezza aperta chiede di non scegliere alcun oggetto deliberatamente, ma
    di aprirsi a qualsiasi percezione nel campo della consapevolezza senza trattenere o scegliere alcun
    oggetto. Quindi non mi faccio catturare da alcun oggetto, ma osservo il naturale fluire degli oggetti.
    L’attenzione aperta è quindi non selettiva, e richiede prontezza ad accogliere i nuovi oggetti che di
    momento in momento si presentano, senza farsi catturare da nessuno di questi. Come un
    guardiano che guarda gli uomini che entrano ed escono dalla porta della città, ma non ne segue
    alcuno.
    L’attitudine simbolica da realizzare è quella dello specchio piuttosto che quella della lastra
    fotografica. Le eventuali reazioni agli oggetti (ad esempio avversione o desiderio), vanno incluse nel
    campo della consapevolezza non appena si manifestano. Occorre stare fermi con la coscienza e
    lasciarsi attraversare da tutto ciò che succede senza farsi trascinare. Col tempo cambia
    completamente la percezione della realtà che appare più come un processo dinamico fluente in cui
    ogni cosa è e non è se stessa. Tenderò, con l’affinamento dell’ascolto, a percepire più gli elementi
    vibratori rispetto ad una materialità densa.
    Si passa da una visione di oggetti separati (visione ordinaria) e permanenti, ad una relazione di
    processi interconnessi che fluiscono senza sosta nel campo della consapevolezza. La pratica di
    asana è anche pertinente con questo tipo di esperienza.
    L’esperienza di flusso percettivo può generare una esperienza di ‘vacuità’, di sparizione di qualsiasi
    processo. Per procedere oltre bisogna passare alla meditazione soggettiva.
    La meditazione aperta può essere praticata sui diversi campi percettivi dei suoni, dei pensieri, del
    corpo (asana), oppure una totale apertura a 360° su tutto l’orizzonte percettivo.
    Inoltre è possibile estendere tale pratica alla vita quotidiana, utilizzando ogni gesto per educarsi alla
    consapevolezza.

La ‘meditazione soggettiva’ è più difficile perché la mente non è più rivolta all’esterno, ma viene introvertita.

Nella meditazione oggettiva vi sono sempre oggetti, anche se mentali. La meditazione soggettiva inverte invece lo sguardo, capovolgendo la ordinaria tendenza della mente a proiettarsi all’esterno. Si tratta di risalire la corrente percettiva all’indietro sino al punto della sua origine. Non significa guardare gli oggetti esterni, ma mira tornare a colui che osserva, alla sorgente della percezione e della consapevolezza. E’ una investigazione sul Sé, e comporta il ritiro della coscienza anche dalla mente, considerata un oggetto esterno.
Ramana Maharishi ha usato e descritto la meditazione soggettiva o investigazione del Sé (Atma Vichara).
Egli chiama meditazione (Dharana, Dhyana) osservare un oggetto, e investigazione del Sé (Atma Vichara) la meditazione soggettiva, considerata il metodo diretto per giungere alla liberazione. Infatti anche la meditazione oggettiva prima o poi arriva al punto in cui mi faccio l’unica domanda veramente utile da porsi: chi sono io?
Se la mente è calma, il processo è più facile, quindi la meditazione soggettiva è agevolata da una pratica propedeutica di meditazione oggettiva e delle altre braccia dello Yoga. Patanjali negli Yoga Sutra distingue infatti tra Samadhi (meditazione oggettiva) e Kaivalya (meditazione soggettiva, liberazione).
Occorre fondersi con la sorgente, cercare la sorgente del pensiero ‘io’, questo è tutto ciò che si deve fare.
‘Io sono’ è la realtà finale. La meditazione soggettiva con sforzo è l’investigazione; quando diventa spontanea è la realizzazione. Ramana Maharishi ci dice che il tentativo di trascendere l’ego con metodi diversi dalla pura meditazione oggettiva è illusorio. Dobbiamo cercare l’ego e investigarlo, ed allora la mente e l’ego si dissolvono e rimane il Sé.
Esistono delle pratiche formali di meditazione soggettiva:

  1. Il punto di origine . Normalmente il punto di origine della consapevolezza è individuato in un punto del corpo, ad esempio Ajna chakra, tra le sopracciglia tre centimetri dentro. Questo punto è illusorio, perché il vero punto di origine della coscienza è l’universo, tuttavia per la dominanza del senso ‘vista’, è comune associare la coscienza con Ajna.
    Allora torniamo dalla percezione all’interno, facciamo dimorare la coscienza nel punto Ajna, in modo che sia il ‘sedile’, la dimora dell’attenzione, piuttosto che un oggetto di osservazione o lo schermo dei pensieri. La pratica consiste nel farla dimorare in quel luogo senza farla uscire verso gli oggetti, sia quelli considerati ‘esterni’, che quelli considerati ‘interni’ come i pensieri o le sensazioni del corpo. Infatti ciò che io considero ‘interno’ ed ‘esterno’ dipende dal mio livello illusorio di identificazione. Ogni volta che la coscienza fluisce verso gli oggetti, lasciamo andare gli oggetti e ritorniamo con la consapevolezza che stazione nel suo luogo di origine.
  2. La dotta ignoranza. Pratica più diretta della precedente. Lasciare la mente in uno stato spontaneo non localizzato spazialmente in alcun punto del corpo. Poi si dimenticano completamente gli oggetti (percezioni, pensieri, etc.). Ogni volta che siamo consapevoli di qualcosa, lo molliamo e torniamo allo stato destrutturato. Si tratta di una anti-consapevolezza deliberata, che in realtà è una consapevolezza più profonda e meno diretta dall’ego. Una forma di consapevolezza che riposa in Sé.
  3. Io sono (Chi sono io?). La più semplice, efficace e diretta. L’idea di base è che i pensieri e gli oggetti di cui sono consapevole hanno una unica radice, vengono da un unico pensiero-radice (Aham vritti, la radice dei movimenti della mente), cioè l’io.
    La mia coscienza è quella fondamentale. Gli oggetti fuori (il ‘tu’, gli altri oggetti, i pensieri, le percezioni corporee) esistono in rapporto all’ ‘io-sono-qui’. Focalizzare l’attenzione sull’io-sono, ritirandola dagli oggetti. Questa pratica è il tentativo di isolare l’esperienza dell’io da quella percettiva esterna. Quando l’attenzione recede dagli oggetti verso l’iosono, all’inizio vado su un unico pensiero ‘io-sono’, poi pian piano diventa una sensazione di esserci, una dimensione. Qui si comincia ad investigare. La difficoltà consiste nel fatto che normalmente mescoliamo l’io condizionato costruito dal pensiero, con la pura dimensione di Essere, che è il vero Sé. Quindi abbiamo false idee che ci condizionano e ci identificano. Ma se noi cerchiamo l’ego e la mente, questi svaniscono e non esistono. L’ego è solo un pensiero e nasce da una falsa identificazione. Proprio cercando l’io non lo troviamo da nessuna parte. Allora sparisce la mente ed il pensiero e rimane l’esperienza effettiva dell’esserci, che non ha nulla a che vedere con l’identità egoica, che è solo un miraggio.

Tutto ciò che è necessario è perdere l’ego. Il nostro dovere è Essere, non essere questo o quello. ‘Io sono colui che sono’ riassume l’intera verità. Ogni forma è di disturbo. La mente e l’io si rivelano, ad una attenta investigazione, come un fascio di pensieri e niente più; allora si dissolvono e rimane la pura consapevolezza dell’esserci prima di ogni identificazione. Tale consapevolezza è l’orizzonte, lo sfondo, ed il contenuto di ogni esperienza, ed è chiamata in sanscrito drasta o sakshin, ‘il testimone’.
Nella mia esperienza, tolti i filtri dell’ego, non posso distinguere tra la coscienza di un oggetto e l’oggetto stesso. Non esiste assolutamente nulla che autorizzi o suggerisca questa divisione del Reale. L’oggetto, tuttavia, normalmente è mediato dagli schemi introiettati, dal linguaggio, etc., chiamati in sanscrito citta.
Quindi finiamo per identificare illusoriamente cose separate e crederci.
La meditazione comincia con l’istaurarsi di una modalità percettiva meno mediata dal pensiero (citta). Così si riscopre una esperienza non frammentata, anche se ancora di questo o di quello. Proseguendo, si escludono tutti gli oggetti tranne uno; poi si ritira anche quello e si passa alla pura consapevolezza dell’esserci. La consapevolezza dell’esserci non è un’altra dimensione, ma è sempre presente come sfondo di qualsiasi esperienza, e diventa evidente se non vi sono oggetti.
Tale consapevolezza viene anche chiamata coscienza dell’unità.
Quotidianamente si sovrappongono alla coscienza gli oggetti , mediati dal filtro mentale di citta, cosicché lo schermo viene dimenticato e mi identifico con questo o quello, come accade in un film quando mi coinvolgo nella storia.
Non è importante il particolare metodo che si utilizza, ma invece è importante chi medita. Chiedersi ‘chi medita?’ è la domanda fondamentale.
La coscienza di questo o di quello è sempre presente; questo non ha nulla di specificatamente meditativo, ma è coscienza condizionata. La meditazione mira a sintonizzarsi sulla sorgente della consapevolezza che precede l’applicazione all’oggetto. Esserci è la cosa essenziale. Occorre dare energia alla coscienza di esserci, anche quando si pratica la calma concentrata.
E’ importante sottolineare l’importanza della meditazione soggettiva. Quello è lo scopo. L’esserci è più importante del fare. La consapevolezza dell’esserci o ‘presenza’ è un altro modo di chiamare la vita.
Sospesi tutti i filtri discorsivi, scorta la consapevolezza dell’esserci, a questo punto lo Yoga e la meditazione hanno terminato il loro compito. Con la pratica del ‘testimone’, il meditante, lo yogin, ha raggiunto il fondo dell’anima. Al di là c’è il Mistero o Dio, che però deve rivelarsi da solo, deve esplodere da solo. Il fondo si sfonda nel non-duale. ‘Lì c’è l’Assoluto dove tu non sai’, oltre la consapevolezza.
Non sottovalutare il potere della vertigine dell’ignoto e del mistero oltre la consapevolezza.

di Ivan Di Piazza

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