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Due modalità di conoscenza
 

 

 

   

Quando la Realtà tenta di conoscere sé stessa attraverso la mente umana, alcuni aspetti gli devono rimanere sconosciuti. Non appena si instaurano modalità traduttive della realtà, cioè categorie legate alla rappresentazione simbolica del tutto (linguaggio, concetti, etc..), necessariamente si manifesta una rottura tra il conoscitore ed il conosciuto, tra soggetto ed oggetto. Di pari passo con il necessario strutturarsi della identificazione egoica-personale, cresce sempre più il divario tra ‘me’ ed il ‘mondo’, poiché viene tracciato un confine di demarcazione netto che crediamo essere reale. Ma tracciare un confine significa prepararsi ad un potenziale conflitto; rendere tale confine più netto significa inasprire la futura battaglia.
L’identificazione egoica ci porta in una situazione competitiva e di sfida verso il mondo che sentiamo come ostile e che vogliamo dominare. Lo Yoga, nella sua forma più pura, costituisce una esplorazione dei confini che abbiamo tracciato, per verificarne l’effettiva consistenza.
Le modalità ordinarie di conoscenza, siano esse scientifiche, psicologiche, filosofiche, etc., in ultima analisi si dibattono per tracciare confini sempre nuovi e più sottili, confini di confini, oppure sono in contrasto tra loro per stabilire quali siano i confini. Nessuno tuttavia mette mai in discussione l’esistenza stessa dei confini. Questo perché la conoscenza intellettuale, ‘ordinaria’, lavora su schemi, categorie, categorie di categorie, che poi mette in relazione tra loro. Vengono fuori così gigantesche mappe del reale spesso in
contrasto tra loro, e chi conosce bene una di queste mappe finisce per confondere la mappa con il territorio
di origine, e considerare la proprie mappa la vera realtà concreta.
La contraddizione sta nel fatto che questo genere di conoscenza dualistica del mondo lacera l’universo in soggetto ed oggetto e pretende di osservare gli oggetti scollati dal soggetto di conoscenza. Per quanto questo tipo di approccio possa apparire sensato ed abbia portato la grande rivoluzione scientifica (dal 1600 in poi, in Europa), esso fondamentalmente non dà una conoscenza profonda della natura ultima delle cose.
Nonostante gran parte dei cosiddetti “scienziati” non se ne rendano pienamente conto, l’applicazione sistematica di tale metodo con strumenti sempre più sofisticati ha portato alla fondamentale negazione di una visione “meccanica” della natura ed alla messa in discussione del metodo scientifico stesso. I fisici che all’inizio del ‘900 hanno esplorato per primi la materia microscopica “oggettivamente” si sono accorti che non era possibile fare alcuna misurazione veramente oggettiva a quella scala. Infatti, scendendo al livello dell’elettrone, non è più possibile osservarlo senza modificarne il suo stato, cioè l’osservato dipende dallo strumento di misura, ed in ultima analisi, dall’osservatore. Questo spingeva E. Schroendiger, il fondatore della meccanica quantistica, a dichiarare:”Vi prego di osservare che se abbiamo fatto dei progressi recentemente, non è certo perché il mondo della fisica sia diventato oggi un mondo di ombre; lo è stato infatti sin dai tempi di Democrito ed oltre, ma allora non eravamo consapevoli; credevamo di avere a che fare con il mondo reale e ci ritroviamo ombre”.
Ecco allora che comincia ad esser chiaro che ciò che il senso comune reputa realtà oggettiva, logica e coerente non è una vera conoscenza della Realtà, ma una conoscenza relativa alle categorie culturali e della mente, e quindi dipende dallo stato di coscienza di chi percepisce e dal suo retroterra. In ultima analisi, noi vediamo della realtà ciò che la nostra struttura (linguistica, culturale, etc..) ci fa vedere. Tutto è complicato dal fatto che gran parte dei nostri filtri percettivi sono di natura inconscia, cioè dipendono da condizionamenti legati al nostro vissuto, tradizionalmente chiamati Karma. Questo perché costruiamo le nostre mappe in base all’elaborazione percettiva distorta delle esperienze, e poi finiamo per identificarle con il mondo reale creando un solco tra noi e l’universo vivo.
Il tipo di conoscenza che lo Yoga sviluppa è di altra natura ed è legato all’attivazione di modalità intuitive di in cui avviene una immersione nella nostra natura più profonda ed una fusione di soggetto ed oggetto di conoscenza. Tutto ciò può accadere se la modalità ordinaria di conoscenza legata al linguaggio, ai confini, etc.. temporaneamente cade ed emerge la visione profonda, quella che Patanjali, il codificatore dello Yoga classico, chiamava Prajna, la saggezza intuitiva, che è insieme trascendente ed immanente. Questo tipo di conoscenza trascende gli ordinari confini spazio-temporali, ed è oltre lo spazio ed oltre il tempo, poiché fa riferimento alla pura dimensione dell’Essere che è dentro di noi e fuori di noi. Si capisce allora perché Patanjali definisca lo Yoga “l’arresto (nirodha) dei processi traduttivi ordinari legati all’identificazione egoica (citta vritti)”, cioè la condizione di calma mentale realizzata attraverso le tecniche Yoga crea il terreno adatto all’emersione di un altro tipo di coscienza-conoscenza normalmente offuscata dall’agitazione della mente.

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