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Racconti di Viaggio  
 

Il viaggio di Chiara

                                                     

Il viaggio di Chiara

Quel giorno che me ne andai senza dire una parola non mi lasciai il tempo nemmeno di salutare me stessa, quella che aveva abitato lì, per tutti quegli anni…me ne andai e basta.
Lo specchio che mi aveva visto per l’ennesima volta ne aveva avuto abbastanza di quegli occhi spenti e di quelle mani che li coprivano come se invece dell’acqua portassero sulle guance quelle gocce che avrebbero voluto essere lacrime…lacrime che avrebbero voluto essere magari qualcosa più simile a uno struggimento nel dolore o uno sfogo di rabbia o un’esplosione di gioia…ma che mancavano invece di essere figlie di un sentimento. Io non sentivo più niente. Non sentivo niente…niente.
Vagavo ormai da tempo in un limbo dove ero arrivata senza sapere quando, né come…c’ero arrivata, ed ero lì, ad annaspare in un buio troppo pieno d’ostacoli e di voci, e di rumori, e di grida, e di sguardi arcigni sopra un lume di candela posati su di me e sulla mia paura. La paura. La paura di non vivere…la paura di non poter vivere o di non saperlo fare…la paura di parlare e di dire cose che avrebbero potuto ferire…la paura di pensare al sopravvivere. La paura di dover rispondere ancora una volta con un silenzio che ormai non bastava più…la paura del silenzio.

 Ma cos’hai?...nulla…
a cosa stai pensando?...a nulla.

Mamma…papà…prof…Marco…Cristina…non ho nulla, non penso a nulla… io non so niente…
come posso rispondervi questo? Come posso dirvi che il mio cervello ormai è come un vaso pieno di vuoto incapace di contenere altro? Come ve lo spiego che la voce che ho di dentro dice cose parlate troppo in fretta e così isteriche che faccio fatica a distinguerne le parole ad una ad una. Come posso farvi capire la distanza che intercorre tra me e voi, ora? L’enorme abisso che ci separa è quello stesso che mi sta ingoiando e non ho tempo né modo né volontà di guardare a voi, né di perdere, per colpa di una stupida distrazione, l’unica occasione che mi rimane di aggrapparmi a qualcosa che mi tenga in superficie…voi vi siete fatti troppo lontani da me e tendere una mano sarebbe stupido come tenderla alla luna, o a una stella, o al cielo…o a Dio. Le mani tese nel buio vuoto non si possono aggrappare a niente…rimangono mani tese nel niente di un mondo vuoto, in una vita piombata nel buio. Vorrei essere dispiaciuta nel dirvi questo…vorrei poter soffrire ma non c’è niente in me che somigli ad un sentimento e guardarvi da lontano senza potermi esprimere, ormai, è diventato insopportabile.
Vi lascio. Lascio voi… ma lascio anche me. Quella che mi porto via voi non la conoscete, come non la conosco io. Avete imparato ad accettarne le stranezze ed i modi sgarbati, le reazioni esagerate e il fumo, e il bere del sabato sera, e i silenzi. Ma non la conoscete. La porto via.  Lascio con voi la mia parte migliore, quella di “prima”, quella che ero, e che ancora esiste, seppure ormai sembra solo un ricordo che si affievolisce e che sta rischiando di scomparire. Vi lascio qui la mia parte più bella, quella che so che voi saprete conservare per un “domani” magari, chissà…chissà come sarà il mio di domani, ed il vostro. Ma voi avete saputo conservare di me il ricordo di quando mi avete “pensata” per la prima volta, e quello di quando mi avete “voluta”…avete conservato le mie foto di quando ero ancora nella pancia di mamma, quelle di me appena nata in braccio a papà…il mio primo compleanno, al mare con voi, a scuola, alla recita, alla comunione, con il motorino nuovo per la promozione…e poi io e Marco, e poi io e Cristina…avete conservato tutto…proprio tutto. Menomale. Sarebbe andato tutto perduto senza di voi. Non avrei potuto recuperare nulla io.
Siete la cosa più bella che mi sia mai accaduta. Poi strada facendo mi sono perduta. E voi non ne avete nessuna colpa. Nessuno ne ha. Non so come è successo, se sono caduta o se ho inciampato e ho battuto la testa, o se una voragine mi si è aperta sotto i piedi e mi ha risucchiata. Non so cosa è successo. Non vedo altro che ombre e tutto scorre veloce intorno a me…vorrei afferrare tutto, qualsiasi cosa potrebbe essere un’idea, un modo per fuggire da qui, per riscattare quello che mi apparteneva e che non ho più. Per riprendermi quella che ero quando voi eravate tutto il mio mondo, il mondo che conoscevo bene. Ma tutto quello che riesco ad afferrare mi sfugge dalle mani subito dopo e piombo di nuovo ancora più in basso in questo pozzo di niente.
Sono stanca di stare qui a guardare e basta…sono stanca di tentare, di collezionare errori, di fallire…sono stanca di essere un pupazzeto in preda a scherzi della mente o del destino. La gente mi ripete che sono giovane e che devo pensare a divertirmi e a godermi la vita. Io non mi diverto più. Faccio finta. E la mia faccia come pure i miei gesti sono una caricatura di quella me che ora mi guarda delusa nel vedersi tanto grottesca. Fingo di essere come qualcuno che non conosco e che sembra essere tanto forte da resistere. Ma quella persona che io imito sta troppo in alto, e io lì non ci arrivo…io non so arrivare a tanto…dovrei avere troppe cose ed essere troppo di più di ciò che sono. Io non ce la faccio a mantenere il ritmo e qui, se non sei all’altezza della situazione vieni schiacciato sotto il peso del fallimento, e fingere non è più sufficiente. Almeno mi è rimasto abbastanza senno da sapermi “bocciare” da sola e fa molto più male del concetto stupido per cui se fai fatica a capire la società ti “respinge” perché ti ritiene un incapace… non è un anno di scuola questo, è la mia vita…me stessa, quella che sento morire. Mi dicono che non mi accorgo di quanto è bello avere un “vita normale”, con la scuola, le amiche, il fidanzatino, e una famiglia che ti vuole bene e che si farebbe in quattro per te. Dicono che ho tutto, e che questo è il problema. Che voi mi avete dato troppo. E che io ne approfitto. Dicono…dicono…guardano, con le facce appese sopra un lume di candela, anch’essi nel buio di una notte senza luna e senza stelle. Povere anime inconsapevoli! Avanzano a piccoli passi, lentamente per non cadere, con una mano a tenere il lume e con l’altra a ripararne l’aria che potrebbe spegnere la debole fiammella. Gli occhi alla fiamma, e poi a quel piccolo tratto di bagliore che non è più lungo di un piccolo passo. Avanzano piano per paura di inciampare perché il solo più piccolo rumore di un qualcosa urtato li fa trasalire. Che ne sanno loro della fiducia di un bambino? Dei pensieri di un adolescente? Delle delicate materie di cui sono fatti i suoi sogni…e della violenza con cui possono essere infranti con il solo suono di una parola o con la lama nascosta in uno sguardo? Che ne sanno del mondo che mi avevato insegnato?
Che ne sanno del saper correre nel buio della notte come facevate voi quando vi chiamavo? Come possono capire il gioco che facevamo insieme di nasconderci nel buio e nel buio ritrovarci?  Mentre mi davate tutto mi stavate insegnando anche il niente…mi avete fatto fare i primi passi in luoghi altrimenti inaccessibili al corpo, quelli della solitudine e della paura. Mi avete insegnato che muovermi da sola nel buio era una cosa possibile e per niente spaventosa. Mi avete insegnato a non avere paura. Io l’avevo imparato bene, e vi trovavo sempre, perché sentivo il vostro odore ed i vostri respiri. Nel silenzio e nel buio leggevo le vostre forme, e nell’aria che respiravo e nello spazio che riuscivo ad assorbire, vi raggiungevo. Quando arrivavo vicino, mi chinavo e  come un animale procedevo nel buio “a quattro zampe” perché la terra mi avrebbe dato la sicurezza dell’appartenenza, mi aveva detto papà…e lì, io vi trovavo, ed erano grida di gioia e risate che spezzavano il silenzio con tutta l’energia della vita e della infinità felicità che contiene.
Ma adesso ho paura. Ho dimenticato come si fa…e annaspo in cerca di un ricordo che si lasci afferrare.
Vi diranno che sono solo un’ingrata, un’adolescente viziata, una ragazza problematica. Vi diranno che sono solo una delinquente anche un po’ cattiva. E che voi non siete stati capaci di educarmi. Diranno questo?
Che ne sanno loro di noi? Che ne sanno di me, e di voi, e dei miei ricordi, e delle cose che lascio qui, per cercare di metterle al riparo, e di quelle che non trovo già più.
Mamma, papa, vado via. 
Provo a risalire, tento l’unica via che mi rimane…non ho molte energie e non posso sciuparne neanche per parlare. Non posso dirvi nulla, non vi posso parlare, non vi posso salutare. Provo a ripartire, tento l’unico modo che conosco…non ho molto tempo e non posso rischiare di impazzire, non posso riflettere, non mi posso concentrare neanche per capire. Non posso fare nulla, non mi posso sopportare… non mi posso uccidere.
Quel giorno che era uno dei tanti ormai confusi nella banalità della normalità, me ne andai.
Lasciai loro e me lì perché niente potesse sciuparli…perché niente potesse distruggerli…perché niente potesse rubarmi anche il ricordo di quando potevamo abbracciarci e sentire che non c’era altro posto più bello che quello…che la colazione insieme la mattina aveva il profumo del pane appena sfornato…e loro erano buoni come solo una madre e un padre sanno essere, e che io ero felice come una bambina. Abbandonai la casa dove non c’era più il mio respiro ma un ingombro appeso ad un muro di carta che stava crollando sotto il peso di un grattacielo di cemento…la solitudine che aveva intriso le mie pareti di carta mi stava trascinando e con me voleva portarsi via anche i ricordi ed i sogni, e gli abbracci che avevo ricevuto, e le carezze della sera prima di dormire, e i baci sulla fronte prima di andare a scuola…e i progetti che avevo scritto  tra le stelle nei cieli di inchiostro nero nelle notti estive di un tempo lontano un’eternità.
Mamma, papà…ho paura.
Ho paura, sono vuota…e nel vuoto c’è solo una grande paura, e freddo, e un morso che si affonda nello stomaco per poi salire nel cervello ed esplodere in un buio spaventoso, un buio che non lascia spazio a spiegazioni né consigli, pareri o giudizi. In questo posto dove mi ritrovo non esistono ragioni e non si riesce ad essere niente di più che un fardello da trascinarsi dietro. Le cose che vedo intorno non hanno più nessun significato e le parole che ascolto sono chiuse in un forziere che affonda sempre di più nelle profondità di un oceano. Non riesco a seguire un pensiero per più di qualche secondo e i pensieri si accalcano come una mandria di bufali in un deserto di polvere senz’acqua e senz’ombra. Mi sento un cencio con le forme di un essere umano e non so come sia potuto accadere. Alla mia età, non credevo ci si potesse sentire così vecchi, e stanchi, e afflitti. La mia faccia, quella che negli ultimi tempi ho messo a disposizione della gente, sta cadendo a pezzi. Me ne devo andare prima che scompaia definitivamente perché è l’unica cosa che sono riuscita a tenere in piedi di questa misera me che mi rimane. Una faccia vuota, con uno sguardo vuoto…con un piercing appeso per darle una parvenza di solidità…un bisogno di appartenere  appeso ad una barchetta di carta che ora sta affondando sotto il peso di un grammo di metallo. La finzione che ho dovuto sostenere, e il peso che ho trasportato hanno finito per trascinarmi a fondo. Le impalcature che avevo montato nella speranza di sostenermi nell’idea folle di difendermi dagli schiaffi di un mondo avido di sofferenza e umiliazione, non hanno saputo proteggermi. Avevo tatuato sulla mia pelle “non mi toccate”, ma le mani lunghe e affilate di ciò che non volevo si sono poggiate su di me con la calma e la sicurezza di chi sa come fare. Ed io non ero preparata a questo. Io non ero preparata al cinico invito ad una vita di piacere che nasconde invece solo il nulla nelle sue variopinte e lussuose camere per gli ospiti. Non ero stata preparata a sostenere la responsabilità di me in un mondo completamente irresponsabile e lasciato rotolare così, al caso, con tutte le cose che contiene. Un mondo in cui mi sono mossa liberamente tra tutto quello che non mi avevate insegnato voi, né la scuola, né gli zii, né i nonni, né i nostri amici…cose di cui si parla solo quando si tratta degli “altri”. Gli altri. Chi sono? Chi se ne importa degli altri? Sono io. Io sono gli altri adesso. Io sono un’altra.
Un’altra adolescente viziata, una ragazza problematica.
Un’altra che non conosco neanche io e che è nata così, a poco a poco da quella me che avete messo al mondo voi, con tutto l’amore che avevate.
Mi porto via questa brutta copia di me, non aspetto neanche la “fine dell’ora”, stavolta non cosegnerò una bella copia di una brutta esperienza…non mi servono i bei voti in questa  scuola. Non mi serve Napoleone, né carlo Magno, né Pitagora, e non mi serve Dante… io il mio Purgatorio ce l’ho già, e il Paradiso lo conosco…sto solo cercando di non finire all’Inferno.
Vorrei poter tornare indietro a riprendermi il mio posto un giorno, e magari poi capire dov’è che ho sbagliato e quando, e perché non ho saputo fermarmi a pensare.
Pensare…sì, vorrei riuscire a pensare…vorrei che questa maledetta ansia che mi assale si dileguasse lasciandomi uno spazio per respirare.
Respirare…sì, ho bisogno di riuscire a respirare…
Mi porto via lontano, da qualche parte.
La mia stanza sarà lì con me seduta al computer a chattare, e poi alla scrivania a fare le espressioni e le traduzioni e poi a letto ad ascoltare l’Ipod…non ci saranno grossi cambiamenti, l’amore tra noi sarà lo stesso di sempre, ma il silenzio, quello, almeno per voi due, sarà meno doloroso.
La pazienza che avete avuto è stata quella che non mi ha fatto morire, quella che mi ha tenuto attaccata a voi. Il filo che mi permette di volare è fermo nelle vostre mani…ora sono in balìa del vento, non ondeggio più serena nel sole di primavera. E’ solo inverno e c’è freddo e il cielo è buio. Non lasciate la presa. Se cado nessuno sarà in grado di ritrovarmi. Solo voi conoscete il mio odore e del mio respiro sapete riconoscere il ritmo, e se nella notte vi chiamo, solo voi sapete correre nel buio.
Non ho saputo imparare tutto…perdonatemi.

Lasciai la mia casa quel giorno, e mamma, e papà, e la scuola con tutti i prof dentro, e Marco all’uscita, e Cristina e io col motorino nuovo “dove andiamo oggi?”…e me, che volevo solo tenere tutti dentro il mio mondo, e che invece “oggi me ne vado”.
Me ne andai da un mondo che non sapevo come si faceva a viverlo un po’ alla volta…me ne andavo perché la mia età era quella di un fiume in piena che tutto travolge e non sa che nell’esprimere la sua natura può distruggere e uccidere. Non avevo capito che quello di cui avevo voluto far parte a tutti i costi, è un mondo fatto per soli adulti, veri burattinai che manovrano dall’alto noi ragazzi, come burattini fatti di maschere di cartapesta. Io avevo dimenticato quello che mi avevate insegnato voi…che i bambini si tengono legati dal basso e con un filo sottile, come si fa con gli aquiloni, perché imparino a lasciarsi andare a poco a poco e a volare trasportati dal vento. E non appesi mani e piedi a corde avide di spettacoli “trascinati” sul pavimento polveroso di un palcoscenico da quattro soldi. Avevo precorso i tempi e, nella fretta di crescere, avevo saltato un capitolo di me, quello fondamentale, quello più bello…quello in cui si imprimono i ricordi dell’infanzia perché siano il solo e unico libro da cui imparare i passi della vita. Il mio fiume non aveva rispettato i tempi della natura e si era lasciato andare prima ancora delle piogge,e prima ancora di aver scavato un letto abbastanza largo da poter contenere l’imprevedibilità degli accadimenti si era gettato nella vita. L’acqua era dilagata nella pianura del presente e le pagine di quel capitolo si erano sciolte insieme all’inchiostro nero portando via anche la via che mi avevato indicato a ritrovare guardando le stelle.  Avevo distrutto qualcosa che avrebbe dovuto servirmi a rimanere a galla e navigare verso i miei sogni e i miei progetti…verso Marco, Cristina, i prof…e voi, mamma,papà.   E quella me che vi salutava con la mano dall’alto di un cielo pieno di sole.
Non posso tornare indietro. Devo andare avanti in qualche modo.
Mamma, papà, vado via…parto per un viaggio. Vado a cercare qualcosa che non vedo ma che riconoscerò dall’odore e dal respiro. Non mi hanno ucciso, sono solo ferita…e sono sicura di farcela, e di tornare. Non smettete di giocare con me…mai…so come fare a ritrovarvi…mi ci vorrà solo un po’ di tempo.
Tempo…sì, ho solo bisogno di un po’ più di tempo…e di spazio, per pensare, ed ascoltare nel silenzio più totale il ritmo del mio respiro.Quello dell’altra  me che lascio con voi.

Siete la cosa più bella che mi sia accaduta.

                                                                                                                 Chiara

Testo: Anna Giosuè

Musica: Philip Glass

Immagine: Sandro Manetti "burattino"

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