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Racconti di Viaggio
 

 

 

   

 

Da Fort Cochin a Varkala

Saremmo arrivati al Funky, nelle prime ore del pomeriggio. Babu driver era venuto a prenderci a Cochin. Lo aveva mandato Babu, un altro Babu, il nostro amico di Varkala, nonché proprietario del Funky Art Cafè. Non è una casualità questo ripetersi del nome Babu… Babu, in India, è un appellativo che si usa per chiamare i bambini o i ragazzi giovani,  così come per indicare un uomo indù. Il fatto è che viene usato anche verso coloro che hanno a che fare con gli occidentali e che ne hanno preso gli atteggiamenti, così, visto il numero esagerato di occidentali che ci vivono, l’India è piena di “Babu”. Ne va da se che ognuno di loro è un miscuglio di aspetti umani il più delle volte contrastanti e in cui le dosi dei componenti sono impossibili da determinare, così che il personaggio che ne emerge è assolutamente privo di connotazioni a noi abitualmente note. Insomma, in ognuno di questi indiani ci puoi trovare aspetti e atteggiamenti appartenenti a gente di altre nazionalità e, siccome l’India è un paese visitatissimo da turisti provenienti da tutto il mondo, ecco che in ogni Babu ci puoi trovare un pizzico di chissà quali di loro hanno incontrato. Non so se sono riuscita a spiegarmi, ma ciò di cui sono certa è che quello che riescono a fare con se stessi, è ciò che di più metafisicamente avanzato abbia mai visto fare dagli esseri umani. Essi giocano con i loro “se”, come i bambini fanno con la creta…modellandolo, creano forme sempre più dettagliate del proprio essere con la sola materia che hanno a disposizione , poi, avvalendosi dell’energia e delle casualità di cui il tempo è pregno, ne cambiano la proiezione, e senza fare alcun danno, rimescolano le idee fisse inventando nuovi personaggi, dotati di un carattere capace di esprimere in un solo individuo molte delle virtù che caratterizzano la razza umana. Osservano, mentre lavorano portando a spasso in lungo e in largo i turisti nel loro paese, ne valutano i diversi  modi di fare e di reagire, e poi, quelle cose che ritengono migliori le adottano per se stessi.
I risultati di questa pratica innocua sono imprevedibili. Babu driver era l’autista più improbabile che ci si potrebbe aspettare!
Era arrivato con un’ora di ritardo rispetto agli accordi presi con Babu del Funky e quindi, quando arrivò, annunciandosi chiassosamente col clacson della sua auto nella quieta e sonnolenta Fort Cochin,  ci trovò già pronti nel patio del giardino . Monica si precipitò fuori dal cancello ed iniziò a segnalargli di fare silenzio, ma il danno si stava per rivelare insanabile. Babu driver quel giorno, aveva deciso di annunciarsi così!  I vicini, per lo più tranquille famiglie indiane, si erano affacciati dalle finestre delle loro case e qualcuno usciva dal cancello, più di uno aveva sulla faccia l’espressione di chi non gradisce un tale schiamazzo. In pochi istanti, mille occhi neri scrutavano in fondo alla via. E’ incredibile scoprire che, nel silenzio più totale e in case apparentemente vuote, vivono così tante persone. Tutte le attività a Fort Cochin, vengono svolte nel più assoluto rispetto della quiete e per raggiungere questo scopo sembra quasi che gli abitanti e gli stessi frequentatori adeguino i loro movimenti all’esigenza della causa, rallentandoli. Perfino il tono della voce non viene mai alzato, tanto che quando il maldestro turista di turno lo fa, si ritrova ad essere fissato da una tale moltitudine di occhi che se ne guarda bene dal provarci ancora.
Tutto questo per spiegare l’effetto prodotto dal clacson dell’auto di Babu driver alle dieci di mattina in una tranquilla via di Fort Cochin.
Monica era fuori di se. Monica vive nella sua adorata India, a Fort Cochin, e chissà se riuscirà a convincere i Babu indiani a rispettare le regole indiane! Quel giorno si dimenò così tanto nel suo churidar composto, cercando di far smettere Babu driver di strombazzare col clacson, nel rispetto del posto in cui abitava, che capii quanto grande era il suo amore per quel luogo…il rispetto, in fondo, non è la prerogativa del vero amore?  Non c’è neanche da chiedersi se Babu smise di fare tanto fracasso. Strombazzò fino a che non arrivò davanti al cancello, poi finalmente l’auto si fermò, il motore si spense, io tirai un sospiro di sollievo mentre osservavo Monica passarsi la sciarpina del suo churidar sulla fronte grondante di sudore. Ma poi, proprio nel bel mezzo della quiete ritrovata, ecco Babu che salta fuori dall’auto ma mantenendo una mano sul volante…e con quella che fa? Guardandoci tutti con un raggiante sorriso, un bel paio di strombazzate di clacson!
Monica si fece bordeaux, mi guardò con l’espressione di chi si sente assolutamente privo di possibilità e mentre con passo deluso si dirigeva verso l’interno del cortile mi guardò e mi disse: “Te lo avevo detto, Anna. Per questo non mi piace Varkala. Così è la gente lì. Non sanno più nemmeno come ci si comporta in casa propria.” 
Io non le risposi. Ne avevamo già parlato a lungo. Sapevo come la pensava e probabilmente aveva anche ragione, anzi sicuramente. Ma io adoro i tranquilli villaggi  sul mare, e così anche Benny. Non siamo adatti per la vita di città…tra tutti gli stati dell’India, scegliemmo di visitare anzitutto il Kerala… poi, avevamo viaggiato per tutto il Kerala in cerca di un posto che ci ispirasse la voglia di stare. E avevamo scelto, di comune accordo, Varkala. 
Abbracciai Monica. Raccolsi in quell’abbraccio lei e l’India che ci aveva insegnato, pochi mesi prima, tenendoci per mano…accompagnandoci attraverso il Kerala per venti giorni, tra spiagge e colline, piantagioni e foreste, tra realtà e leggende. Dopo quel viaggio in Kerala accompagnati da lei, tornammo a casa solo per ottenere dei nuovi visti per far ritorno in quel luogo che ci aveva fatto innamorare. Lei, con il suo carattere forte e la siacurezza di chi sa di sapere, aveva scelto per noi il modo più dolce possibile per raccontarci il Kerala. Noi l’avevamo seguita ed ascoltata…come i bambini seguono le fiabe della sera.  Era così bello quel Paese di Monica, come lo chiamava Benny, che decidemmo di tornarci e passarci tutta l’estate. Ed eravamo lì…Benny, con la sua passione indiscussa per lei, la sua casa e il pappagallo che gli lasciava tenere sulla spalla. Io, con tutta la mia gratitudine, il mio affetto, e la richiesta di perdonare la mia testardaggine. Lei con il suo cuore grande e con la sua promessa di essere nostra cara amica, comunque e sempre.
Scivolò in casa ed io mi voltai trovandomi di fronte Babu driver. Era lì, in piedi, con le braccia tese a mostrarmi l’auto con gli sportelli aperti affinché noi ci accomodassimo all’interno. Con la fierezza di un cavaliere d’altri tempi, ci mostrava la sua vecchia Ambassador color panna, pulita e lucidata. Sul retro un adesivo vistoso verde smeraldo : “Babu Travel”.
“ Buongiorno mam. Il mio nome è Babu.”
Era un uomo di bassa statura, dalla  figura morbida e tonda, niente di flaccido per intenderci, ma una sana manifestazione della vitalità di un uomo che non considera di certo il mangiare solo come nutrimento.   La sua faccia era un solo sorriso.
“Piacere di conoscerti Babu…”
“ Buongiorno Benny…Babu ha detto che anche ragazzo italiano viene! A Varkala…tutti contenti!”
“ Benny non sa ancora l’inglese, non credo ti abbia capito, Babu”
“ Non capisci inglese Benny?...No problem..io parlo malayalam allora, e tu tua lingua, ok?”
Benny , al quale la storia del clacson era piaciuta da morire, aveva negli occhi l’espressione gioiosa di chi sa di aver incontrato esattamente la persona giusta per iniziare un viaggio.
“ ok Babu…vada per l’italiano…e per il… maialam”rispose Benny.
“Possiamo partire ora ?”
“Certo mam, sicuro mam, andiamo, subito”
Poi, per un attimo spense il sorriso e con aria preoccupata si diresse verso i bagagli.
“ Prendo valigie, mam…sì?”
“Certo Babu, prendiamo le valigie”.
Tutto d’un tratto Babu sembrava avesse fretta di partire…ci fece accomodare sul sedile posteriore, si assicurò che gli sportelli fossero ben chiusi e saltò in auto. Si voltò verso Benny, come se si stesse rivolgendo ad un vecchio amico
“ ok Benny? Pota…”
“ok Babu! Vai.”
Salutammo Monica, la nostra cara amica, che ci guardava dal terrazzo e in un attimo uscimmo dal tranquillo Fort Cochin per imbatterci in quell’impresa folle che è il tentativo di superare il traffico di una città indiana. Babu driver guidava con le mani attaccate al volante, ma tutto il suo corpo era compromesso in quell’esercizio estenuante…si agitava imprecando chissà cosa in malayalam, poi si rivolgeva a noi nel suo mezzo inglese e ci rassicurava con sonore risate…we go, we go, no problem! Non c’è frase più esaustiva per dare un’idea dell’essere veri indiani…”non c’è problema”. Nel caos più assoluto fatto di uomini, animali, mezzi di trasporto di ogni tipo, mercati nel bel mezzo delle strade, processioni di elefanti e dei, esiste un equilibrio che sarebbe impossibile riprodurre altrove. Babu driver si dimenava mentre la sua camicia bianca era ormai zuppa di sudore. Erano passati solo dieci minuti dall’inizio del viaggio, ma Benny mi guardò compiaciuto e assolutamente raggiante…andavamo al mare, e per di più, le quattro ore di viaggio lungo la costa sarebbero state assolutamente divertenti, si intravedeva un giro su un otto volante più che un percorso in auto. Avere dieci anni ed ascoltare spesso “no problem” da qualcuno che ti sorride sempre, fa bene….fa bene anche a quarant’anni, ma ci vuole più tempo. Dopo una ventina di minuti di gimcane e frenate, di clacson assordanti e pedoni miracolosamente evitati, con grande delusione per Babu driver e Benny, uscimmo da Cochin. Io tirai un sospiro di sollievo. Non che non mi stessi divertendo, certo, ma non conoscevo il paese, e questo mi rendeva insicura.  Benny, preso dall’ilarità di Babu driver, si era catapultato sul sedile davanti, e tra loro ormai  era iniziata una conversazione fatta di intesa e risate, un gioco dal quale io non ero completamente esclusa, ma tacitamente promossa al ruolo di moderatrice. Se Benny avesse chiesto a Babu driver di volare, sono sicura che avrei potuto vederli spiccare il volo. Sembrava non esserci più alcuna differenza tra di loro, il mezzo inglese di Babu aderiva perfettamente all’italiano di Benny, tanto che alla fine Babu si era lasciato andare completamente al suo malayalam. L’incredibilità della scena, sta nel fatto che anch’io ridevo della loro comicità e delle loro battute fatte di parole rese più vive dall’intensa energia impiegata nel gesticolare.. Era vero, erano proprio riusciti, con una strana magia ad inventare nel giro di pochi minuti una forma di comunicazione verbale e gestuale perfettamente comprensibile. Si stavano divertendo come matti. Si conoscevano da non più di mezz’ora. Iniziavo a preoccuparmi per il prossimo futuro…in un primo momento pensai che dovevo calmarli, ammonire Benny affinché non alimentasse ancora quell’entusiasmo esaltante, ed invitare Babu driver a guidare con più attenzione, ma non lo feci. Le ultime case della periferia di Cochin sfilavano davanti ai miei occhi, ma facevo fatica a distinguerne le forme… l’auto traballava e Babu non manteneva, se così posso dire, una certa linearità di percorso. Insomma, (tanto lui riderebbe da morire se mi sentisse raccontare di quel giorno), mi sembrava che non riuscisse proprio ad andare dritto. Il problema delle strade indiane è che gli indiani sono tanti e guidano tutti. Proprio tutti. Biciclette, scooter, riksiò, auto autobus…e nessuno mantiene la strada! Non è proprio nel loro stile. Si sfiorano…rischiano grosso…si dicono qualche parola pesante poi sbottano in una fragrante risata, e via…ognuno per la sua strada…storta! Ero completamente assorta in quel caos che non voleva placare la sua sete di terrore, quando, improvvisamente, imboccammo una leggera salita e ci ritrovammo su un lungo ponte sospeso su una enorme laguna. Mi aggrappai allo schienale  anteriore per risalire dalla buca in cui ero costretta nel sedile posteriore. Mi sedetti sulle ginocchia per assistere meglio a quello spettacolo inaspettato e stupefacente: ovunque si guardava c’era solo azzurro e blu…non era possibile distinguere la fine di un tono dall’altro…a destra e a sinistra il lago Vembanad si fondeva nel cielo terso, reso limpido dalla brezza dell’oceano. Di fronte a noi solo una linea dritta da seguire, solo una strada. Il più facile degli itinerari…una strada dritta in mezzo a un azzurro infinito. Babu driver rallentò dolcemente, il suo sguardo raccolse in un attimo tutto l’orizzonte possibile, poi i suoi occhi cercarono quelli di Benny… l’espressione del suo viso si era fatta improvvisamente paterna, si scambiarono un’occhiata di profonda intesa senza dire neanche una parola, poi ognuno tornò a sprofondare nel suo blu.. Avevamo smesso di ridere, ma non di essere lieti. Stavamo solo zitti, tutti e tre, in contemplazione di ciò che avevamo intorno…aria e acqua, che qualcuno si era preso la briga di mettere lì, confidando nel buon cuore di chi se ne sarebbe preso cura .
L’auto ora procedeva piano, in altre situazioni mi sarei aspettata che l’autista avesse cominciato a parlare del luogo spiegando nei particolari i nomi le storie e le leggende, ma quel giorno sperai che Babu non dicesse nulla, che lasciasse che le cose si spiegassero da sole. Non disse una parola, per un attimo impercettibile mi guardò dallo specchietto retrovisore, poi sorridendo dondolò la testa dolcemente. Attraversammo il ponte rimanendo in silenzio, contemplando. Poi, all’orizzonte di fronte a noi, apparve un’altra distesa, infinitamente verde…una marea di palme in cui la nostra strada sembrava dover essere ingoiata. Il ponte era terminato e una lunga e ripida discesa ci avrebbe condotto in mezzo a quel verde. L’auto iniziò a prendere velocità…quasi avesse fretta di infilarsi nella giungla…e questo mi piaceva. Poi, però vidi Babu voltarsi verso Benny con un sorrisetto ambiguo che non ebbi il tempo di decifrare! Improvvisamente un rumore sordo si accompagnò ad una forte spinta verso l’alto. Mi ritrovai a mezz’aria, tra il sedile ed il tetto dell’auto e ricaddi sdraiata nella buca profonda del sedile come un sacco di patate.  Durante “il volo”, avevo visto le teste dei miei due accompagnatori sfiorare il tetto per ripiombare sui loro alloggi…ero terrorizzata! La paura mi teneva ferma lì dov’ero e da dove riuscivo a vedere solo lo sfrecciare delle palme fuori dal finestrino…l’auto continuava ad andare veloce ed ecco che ancora un altro tonfo ed un altro volo mi rimisero seduta nella buca riportandomi nella posizione di partenza. Mi arrivavano sonore e chiare le chiassose risate dei due di fronte a me dei quali riuscivo a vedere solo le teste agitarsi dietro la spinta del divertimento. Aggrappata allo schienale del sedile davanti, ed ancora preda dello shock, intravidi per un attimo la faccia di una bambina radiante di gioia…era in un auto che ci stava sorpassando, e mentre rideva divertita dei sobbalzi a cui anche a lei era concesso di goderne gli effetti, si teneva con una manina al sedile anteriore e l’altra tesa fuori nel vento, verso di me, per salutarmi. La situazione iniziò a piacermi. Trovai il coraggio di staccare una mano dalla presa in cui speravo risiedesse la mia salvezza e ricambiai il saluto alla bimba. Le nostre auto viaggiarono per un po’ l’una accanto all’altra…ogni dosso messo lì affinché le auto rallentassero era divenuto un motivo per accelerare…ridevano tutti…anche i pedoni dai lati della strada si divertivano a guardare le facce della gente dentro le auto. Per mia sfortuna, il governo del Kerala aveva messo lì un sacco di dossi perché la discesa era lunga e ripida. Fui sottoposta alla tortura per un bel po’… ci avevo messo un sacco di tempo a smettere di essere un sacco di patate e cominciare a partecipare al flusso degli scossoni, ma quando la discesa finì dovetti asciugarmi le lacrime che avevo versato per il ridere.
Ora eravamo immersi sotto e dentro la giungla di palme. La strada era in pianura  e l’asfalto liscio e senza buche. Di qua e di là, verde. Chilometri e chilometri di verde …sopra una terra rossa…sotto un cielo blu. Tinteggiate dei più vari colori pastello, moschee chiese e templi, si imponevano nel paesaggio apparentemente privo di vite umane. Di tanto in tanto, un brulicare di persone, auto, biciclette, ci costringeva a rallentare fino a procedere a passo d’uomo…un mercato, negozietti, venditori ambulanti, autobus…un villaggio intero riversato sulla via... migliaia di persone, concentrate in poche centinaia di metri…poi di nuovo la giungla. Il lungo percorso si snodava tra distese di palme morbide e ondeggianti e migliaia di piccoli centri superaffollati di vita che ritmicamente  si materializzavano davanti a noi. Quella giungla che sembrava fatta solo di verde, era invece viva di milioni di esseri umani, capaci di vivere dentro  il meraviglioso scenario che li conteneva, tutti, quasi a nasconderli, forse per proteggerli, sicuramente per ricambiare l’amore che essi gli donano da millenni nel semplice atto del non distruggerlo.
Procedevamo il viaggio assorti nei nostri pensieri…io lasciai i miei, cullati dal verde, dirigersi verso Ben, a casa nostra…Ben, che non era voluto venire con noi perché in India c’era già stato e non aveva voglia di tuffarsi di nuovo nella calca afosa di quei posti. Lui era stato a Bombay però, l’altra India. A nulla era valso dirgli che il Kerala è diverso. Ed era voluto rimanere a casa.
Benny guardava fuori dal finestrino con l’aria di chi non vede l’ora di arrivare!!!
Babu driver era concentrato nella guida della sua Ambassador, ma chissà dov’era con il pensiero.
Poi, dopo più di un’ora di viaggio, qualcosa mi distolse dalla contemplazione e dai pensieri. Mi sembrava che l’auto sbandasse leggermente. Guardai nello specchietto retrovisore per cercare lo sguardo di Babu, e cosa vidi? Dormiva!!! Sì, proprio così. Il nostro driver si era appisolato ed ogni tanto tirava su una palpebra per sbirciare l’orizzonte…tanto per accertarsi che la strada fosse ancora lì, davanti a lui.
“Babu…Babu, svegliati…stai dormendo!”
“Oh, sì mam, mi ero addormentato, scusa, mam…scusa mam”
“Smettila di chiedere scusa, piuttosto fermiamoci…prendi un caffè…riposati un po’”
“Sì mam, un ciai mi farà bene…non ho fatto colazione oggi…non c’è stato tempo”
“Come non c’è stato tempo? “
“Oggi mi sono svegliato alle tre perché dovevo andare all’aeroporto ad accompagnare dei clienti che dovevano partire, poi sono tornato al Funky per prendere altri clienti ed accompagnarli alla stazione dei treni, poi ancora al Funky per prendere Babu e un’altra turista per portarli fino ad Alleppey che è sulla strada per Cochin e dove ora ci aspettano…ad Alleppey c’è un grande congresso oggi per il turismo…vedrai mam, vedrai che grande festa…”
Si era ripreso ed era sveglio, parlava velocemente e tutto quello che diceva sembrava una giustificazione dell’essersi addormentato…cercava di allontanare da me l’idea di non potermi fidare di lui, riprendendo quel suo modo di fare pieno di vitalità, ma leggevo nei suoi occhi una profonda tristezza…
Gli chiesi di parlarmi della festa di Alleppey, tanto per cambiare discorso e nella speranza che tornasse a guizzare la gioia negli occhi, ma lui non disse nulla…cercò nel suo taschino della camicia e ne estrasse una foto e me la porse.
“ Questa è mia moglie, mam. E i miei bambini. E’ la mia famiglia. I miei bambini vanno a scuola…una buona scuola, sanno parlare ben inglese e anche scriverlo. I miei bambini avranno un buon lavoro e una buona vita, mam. Io lavoro per i miei bambini. Ma oggi non sono stato un buon padre perché  ho messo in pericolo delle vite.”

Già…non c’era bisogno di fingere e nascondersi parlando d’altro. Lì c’era un autista che si era addormentato mentre guidava e una turista che fortunatamente lo aveva svegliato. Perché mai avrei dovuto minimizzare la cosa, o cambiare discorso? Mi stavo nascondendo dietro la maschera della finzione, quella tecnica innaturale che per celarne l’ipocrisia chiamiamo diplomazia.
“ Questa è India, mam. Ci sono milioni di driver molto più giovani di me e pronti a lavorare meglio di me. Questo io lo so. Ma non è mai accaduto niente ai miei passeggeri, mai. Mai un incidente…mai un problema. Davvero mam. Ora tu puoi dubitare di me se vuoi. Hai ragione. Ma sicuro che non accadrà mai più. E sai perché mam? Perché non dimenticherò più questo giorno. E sarà questo giorno a tenermi sempre sveglio.”
Il silenzio ci accolse benevolo e ci prendemmo il tempo necessario per riflettere. Poi Benny ci riportò a noi…chiese a Babu cos’era quel vapore che si vedeva uscire dal cofano anteriore della nostra auto! Vapore? Fumo! In meno di un minuto usciva tanto fumo dal motore che non si riusciva a vedere nulla. Accostammo accanto ad un venditore di ciai. Il radiatore perdeva acqua e l’acqua era finita. Ma non c’era problema, ci rassicurò Babu, prendendo dal bagagliaio una bottiglia di plastica…bastava aggiungere acqua e potevamo ripartire! Benny scese dall’auto per aiutare Babu .Le persone raggruppate dal venditore di ciai ci sorridevano mentre ognuno si dava da fare per aiutare Babu e Benny. Chiesi a Babu se erano suoi amici, ma lui mi disse che era la prima volta che si fermava in quel posto. Eppure tutti volevano fare qualcosa…uno ci portò il ciai, qualcuno aveva preso la bottiglia, un altro era andato a riempirla, altri stavano semplicemente lì fermi davanti a noi e ci guardavano, senza muoversi, sorridendo e dinoccolando la testa .
Ci rimettemmo in auto. Cominciavo a chiedermi se mai saremmo arrivati a Varkala. Ma ormai, dentro di me, la bellezza del viaggio aveva preso il posto della destinazione.
Arrivare ad Alleppey mi sembrò già una vittoria. Babu era lì nella piazza centrale in mezzo a migliaia di persone colori e musica…tra questa moltitudine autobus, auto moto riksiò e biciclette cercavano a suon di clacson di aprirsi un varco. Descrivere il tutto? Una bolgia all’ennesima potenza…un delirio…impossibile da descrivere a parole!
Riuscimmo a trovare abbastanza spazio per aprire la portiera e Babu e Cristine scivolarono sui sedili. Babu ci presentò Cristine e poi ci chiese come era andato il viaggio...rispose Benny, con un sonoro “ wonderful”.
Babu ci presentò Cristine. Lei era di Londra in vacanza a Varkala dopo aver prestato la sua opera di volontaria in un orfanotrofio nel Tamil Nadu, lo stato confinante a Est con il Kerala. Cristine parlava velocemente con il inglese perfetto ma incomprensibile per me. Parlava proprio quel tipo di inglese che mi ha sempre fatto passare la voglia di imparare questa lingua. Babu rispondeva con un altro tipo di inglese…quello indiano, un tipo di inglese menzionato anche nei dizionari come uno dei più difficili da comprendere. Anche Benny li guardava inorridito…ma Babu driver, che sulla strada ci tiene al massimo un solo occhio, mentre con l’altro non perde di vista tutto il resto, lo rassicurò:
“ No problem Benny, don’t worry...you will understand english, you will understand a lot of things...everything...very soon...no problem”.
Arrivammo nelle prime ore del pomeriggio. Aveva piovuto e la stradina d’accesso posteriore era scivolosa e piena di grosse pozze d’acqua e fango. Ci disponemmo in fila indiana e oltrepassammo “il guado” passando sui mattoni che erano stati disposti lungo lo stretto passaggio, poi finalmente raggiungemmo il Funky. Di fronte a noi ci trovammo uno spettacolo di forme e colori. Il cielo era terso e azzurro e le piante, ancora lucide di pioggia, erano di un verde intenso. In fondo allo scenario, l’oceano blu cobalto. I ragazzi del Funky, andavano avanti e indietro indaffarati a svolgere il loro lavoro, alcuni erano camerieri attenti a non scivolare sulla terra rossa e fangosa, altri erano intenti a scavare nuovi corsi in cui deviare le prossime piogge, ma tutti ci regalarono i loro meravigliosi sorrisi mentre passando ci davano il benvenuto. Era un giorno qualunque, di una qualunque stagione, e lavoravano quei ragazzi, come chiunque fa in questo genere di posti, ma loro, in quel lavoro ed in quel posto, sembravano più invitati ad una festa che semplici lavoratori.  Babu era lì, con l’espressione fiera di chi sa di essere nel posto giusto. Io ero solo contenta di essere arrivata in quella che sarebbe stata, per un estate, la nostra casa. Poi vidi sopraggiungere due cani scodinzolanti che correvano verso di noi…in un paese in cui per tradizione le persone non si sfiorano mai, quello fu l’unico benvenuto con un contatto fisico, e che contatto! I due cani, saltellando espressero la loro gioia nei nostri riguardi mettendosi sulle sole zampe posteriori e piazzandoci addosso ripetutamente le zampe anteriori. La terra rossa e fangosa si riversò su di noi tramutando i nostri vestiti in qualcosa di indicibile. E non c’era modo di fermare tale euforica dimostrazione d’affetto! E comunque non ci provai nemmeno. Se fosse accaduto in Italia, sarebbe stato diverso. I vestiti sporcati dai cani sarebbero stati un’offesa alla nostra persona della quale il proprietario delle bestie si sarebbe prontamente scusato. La gente intorno ci avrebbe guardato inorridendo e con sguardo pietoso. Ma questa non era l’Italia. Qui le persone e le bestie possono ancora interagire come meglio credono, per questo nessuno “possiede” un cane. I cani, come gli altri animali, sono liberi di abitare questo paese ne più nemmeno come gli uomini. Le razze, sebbene non usufruiscano dello stesso linguaggio, sono riuscite comunque a scendere a compromessi prendendo accordi precisi. Ognuno ha il suo territorio, poi ci sono le “zone comuni”. Nel caso degli uomini e cani, le due razze si incontrano raramente…gli uomini si riversano nelle strade durante il giorno, mentre i cani lo fanno la notte. Ma per i cani del Funky era diverso…loro avevano scelto di accettare gli uomini nel branco e gli uomini avevano accettato loro nel gruppo.   Benny ormai era al settimo cielo. Lui, con le mani, accoglieva i due cani con affettuose carezze alle quali essi rispondevano con generose “leccate”. Si concentrarono su di lui, che ormai non aveva più occhi che per loro. Rideva e li guardava e poi guardava me, e rideva ancora cercando lo sguardo di Babu driver e poi quello di Babu. “Tu sei benvenuto, Benny. Questo ti stanno dicendo i cani”, disse qualcuno. Non so chi dei due pronunciò questa frase perché in quel momento tutta la mia attenzione era su Benny. Era ormai tutt’uno con la terra rossa di Varkala, immerso nella gioia e nel fango, e per la prima volta lo vidi ridere in un modo diverso. Rideva senza freni inibitori, di felicità più che di divertimento. Rideva la sua anima attraverso il corpo, rideva il suo cuore attraverso gli occhi, e dalla suo bocca, la risata usciva fluida e dolce e densa, come un gorgoglio di una sorgente di montagna…pura, e melodiosa come le emozioni. Vidi un bambino libero di essere felice di una cosa semplice e vidi me, una donna, libera di lasciarlo libero. Senza Tv onnipresente, senza play station  e video-game, senza il continuo richiamo assordante dei compiti e delle attività pomeridiane…isteriche soluzioni per una società indotta al fare per non pensare. Il sorriso di mio figlio nella gioia e nel fango e la capacità di vederne la vera luce, fu il primo dono che gli dei di Varkala vollero porgermi.

inviato il 4/04/2009 da A.G.

 

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