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  Kathakali
   

La parola Kathakali letteralmente significa “storia-rappresentazione” ed è una forma di arte drammatica caratteristica del Kerala, lo stato a sud dell’India, meglio conosciuto come “Il paese degli Dei”. Protagonisti di queste opere sono infatti Dei o semi-Dei e le storie delle loro connessioni con il mondo terrestre raccontate nei grandi poemi epici indiani Mahabaratha e Ramayana.

Sebbene le regole fondamentali di questa arte siano basate sui principi enunciati nel Bharat Natya Shastra, un trattato in sanscrito sull’arte drammatica del I sec.a.C., ove viene descritta la danza nei diversi aspetti tecnico-filosofico-artistico, l’attuale forma del Kathakali è il risultato di un lungo processo di perfezionamento di antichi rituali tribali degli abitanti del Malabar che poi assorbirono le forme ritualistiche tantriche del periodo vedico . I rituali tribali dell’antico abitante del Malabar si svolgevano nelle foreste e la danza era rappresentativa della  potenza delle passioni, dei piaceri erotici e del dialogo interiore con Madre natura. La danza, con la gestualità e accentuate espressioni del viso, evocava i sentimenti e si fondeva con i colori vivaci dei costumi e della natura circostante, che rappresentava l’ambiente in cui l’individuo era immerso, e con la musica che, fortemente ritmata, riproduceva i diversi ritmi del battito del cuore in balìa degli stati d’animo. Tali rituali si sono poi mescolati con i riti relativi al periodo vedico adattandosi alle regole di recitazione del Natya e adottando come soggetto le storie raccontate nei poemi epici in cui Krishna e Rama sono i principali protagonisti. Una fusione di culture quindi che nell’arte teatrale ha trovato il miglior veicolo per esprimere la meravigliosa armonia tra “corporeità” e spiritualità e la profonda emozione che da questo binomio si riceve. Nritta, la pura danza al ritmo della musica; natya, la recitazione del carattere del personaggio; nritya, l’interpretazione del personaggio attraverso gesti con il viso e le mani e posizioni di gambe e piedi; abhinaya, tutto ciò che l’attore ha a disposizione per trasmettere sentimenti (bhava) allo spettatore e provocare emozioni (rasa) e sono il trucco( di colori e forme diverse a seconda del carattere), il costume, il tono della voce(solo alcuni personaggi parlano direttamente mentre di solito altri attori di dedicano a dare la voce per gli attori) ed il linguaggio dei gesti. Il kathakali è dunque molto di più di una forma di una mera danza teatrale in quanto nei suoi contenuti ci si immerge nella vera natura dell’uomo che consiste nella capacità di interagire con l’altro a livello emozionale provocandogli reazioni a livello corporeo. La sottile energia che tra l’uno e l’altro viaggia è la vera essenza dell’arte e non quindi l’individuo come attore o spettatore.

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In tutte le rappresentazioni del Kerala la danza segue due diversi caratteri rappresentativi: tandava, energia pericolosa maschile di Shiva e lasya, energia piena di grazia di sua moglie Parvati. La danza nel Kathakali è la rappresentazione di tandava mentre il bharatanatyam(Tamil Nadu) o il keralese Mohiniyattam sono rappresentazioni di lasya. Altre forme di danza rappresentano una  combinazione delle due energie.
L’opera teatrale Kathakali vera e propria così come noi la intendiamo sembra tragga origine da un nuovo tipo di Attam (danza) rappresentato da artisti della corte dei Zamorin ( Zamorin è il nome anglicizzato dato ai Samoothiri del Kerala, un ramo della casta Nair, guerrieri e unica casta intimamente connessa con i Brahmini Namboothiri)di Calicut nel XVII secolo. Gli Zamorin che regnarono nel nord del Kerala dal XIV secolo al XVIII avevano poeti che componevano opere teatrali e disponevano di artisti dotati di straordinarie capacità espressive e fluidità nei movimenti grazie alla pratica dell’arte marziale del Kerala, kalaripayattu. La forma di danza teatrale dei Zamorin era il Krishnanattam e le opere raccontavano gli episodi della vita di Krishna. Si racconta che il re di un’altra provincia del Kerala, Kottarakkara Thampuran(1555-1605) rimase tanto affascinato da tali opere che chiese agli Zamorin di inviare un gruppo di artisti presso la sua corte per una rappresentazione in occasione di un festival. Gli Zamorin si rifiutarono indicando come motivazione il fatto che alla corte di Kottakakkara nessuno sarebbe stato in grado di apprezzare completamente le profonde qualità filosofiche e artistiche del Krishnanattam. Fu così che Kottarakkara Thampuran diede inizio ad una nuova forma d’arte parallela chiamata Ramanattam in cui si raccontavano le gesta di Rama, l’eroe del Ramayana. La lingua scelta per quest’ultima fu la lingua parlata dalla gente comune, il malayalam del tempo, un miscuglio di malayalam e sanscrito chiamato manipravalam mentre il Krishnanattam dei Zamorin si esprimeva in sanscrito( kudiyattam). Nel corso del XVII secolo il Ramanattam si perfezionò nello stile presentando già le caratteristiche del Kathakali. Con l’occupazione britannica il Kathakali rischiò di scomparire ma grazie a Raja come Kartika e Swathi Thirunal quest’arte non è andata persa e oggi è divenuta emblema del Kerala.
E’ possibile assistere ad un’autentica rappresentazione di Kathakali solo nei templi indù durante festival o speciali occasioni e l’intera funzione si protrae per tutta la notte. Tuttavia esistono in tutto il Kerala piccoli teatri allestiti per rappresentare forme più brevi di Kathakali della durata di tre ore circa proprio a beneficio dei turisti. Speriamo che quest’ultima forma di Kathakali, sebbene più redditizia per gli attori e per i loro manager e sicuramente più divertente per gli stranieri, non prenda il sopravvento sulla prima, l’autentica e unica, in cui i proventi sono minimi ma i contenuti conservano ancora la loro essenza artistica.  
Un buon libro per conoscere alcuni degli aspetti di questo tipo di arte ed il contesto in cui è nata è “Padrona e amante” di Anita Nair.

Gli attori iniziano a studiare sin da bambini e solo dopo anni e anni di pratica sotto l’attenta guida di un maestro sono in grado di eseguire una rappresentazione. La profonda dedizione a questa arte produce una tale immedesimazione che le emozioni provocate agli spettatori sono così forti da sconcertare anche l’attore stesso per le reazioni provocate. L’attore come individuo scompare lasciando il posto al personaggio e alle emozioni trasmesse allo spettatore. Può succedere a questo punto che l’attore cada preda egli stesso di una profonda crisi di identità. La forza dell’intensità delle emozioni e dei sentimenti che possono provocare gli attori è stata ben esplorata nel film del 1999 diretto da Shaji Karun, Vanaprastham, in cui il personaggio principale è appunto un attore di Kathakali che si innamora perdutamente di una donna della corte di Travancore la quale,  dopo aver assistito ad una sua interpretazione, gli dichiara i suoi sentimenti d’amore. La donna, in nome di questo amore,  pretende ed ottiene un figlio da lui, tuttavia rifiuta lui come uomo perché l’amore del quale lei è preda è in realtà rivolto solo verso il personaggio-entità da lui interpretato. Nel film sono descritti inoltre con estrema cura alcuni aspetti sociali e morali legati alla difficile impresa di “essere attori” di Kathakali negli anni ‘50. Kathakali3

E’ interessante anche il fatto che per interpretare il personaggio principale Karun abbia scelto il famosissimo attore Mohanlal i quali ruoli sono sempre stati di natura estremamente diversa. Il motivo della scelta di Mohanlal è dovuta al fatto che questo attore  proprio a causa del grande successo ottenuto era caduto vittima di una profonda crisi d’identità e bisogna riconoscere a Karun il grande merito di aver aiutato un uomo ad esplorare se stesso e nello stesso tempo di aver donato ad un personaggio l’attore più idoneo ad interpretare questo difficile profilo a beneficio di noi, spettatori di questa encomiabile opera d’arte.

 

10/12/2009 - di Anna Giosuè

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