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Connessioni divine: navigando tra il rito e la magia del Kerala

   

rituale serpentiDopo aver tanto scritto dell’India e sull’India siamo ancora molto lontani dal riuscire a descrivere le profonde “rughe” spirituali che segnano il volto di questa millenaria Madre.
Nel tentativo di “dare una spiegazione” alle tradizioni e ai riti indiani spesso l’Occidente  ne ha enfatizzato eccessivamente gli aspetti mistici e religiosi e il più delle volte, purtroppo, con il solo intento di creare miti da sfruttare per meri fini economici. La creazione del mito da commercializzare è avvenuto esagerando il contrasto con la presunta razionalità occidentale a discapito della millenaria eredità culturale orientale e deviando l’attenzione verso una totale  irrazionalità di concetti, conducendo però i lettori, dopo un periodo di stupore ed entusiasmo, all’idea finale di un’India primitiva e grottesca. Attraverso i secoli il flusso delle descrizioni delle tradizioni indiane non è mai stato omogeneo; si passa da un periodo in cui l’India è terra spirituale al periodo seguente in cui è rozza e sporca … per poi tornare ad essere centro culturale e ambita meta turistica. Giudizi gratuiti proferiti senza tenere conto della inviolabilità del diritto che ha ogni paese di possedere la propria identità collettiva e del dovere di mantenere e tramandare i propri usi, costumi e tradizioni per il bene della cultura del suo popolo e della intera umanità.
Questo “altalenante” e “contrastante” modo di descrivere l’India, genera ripercussioni anche sul concetto di sé che l’India stessa si  ritrova a dover fronteggiare.  Ecco ora “santoni e guru” a sostenere la grande sete di curiosità intellettuale occidentale messi poi a disagio da “quegli altri santoni” guidati da una macchina della conoscenza troppo legata a questioni di potere e marketing: un’enorme offerta sul mercato di stravaganti esercizi spirituali o ginnici spacciati come autentiche pratiche vediche e venduti  a caro prezzo come panacee per la cura di malattie inguaribili, rituali propiziatori antichissimi presentati come riti magici per attrarre stranieri confusi e pronti a offrire denaro, oppure messe in scena di tradizioni e rituali millenari ridotti  a spettacoli  brevi che riproducono riti non autentici da proporre a turisti ignari  in cambio di veri dollari o euro.
C’è qualcuno che riesce a dare giudizi molto negativi su questo fenomeno, che è solo uno dei troppi aspetti dei miseri risultati raggiunti dall’uomo nell’ambito del libero scambio di conoscenze, non solo dell’India, ma dell’intero pianeta. Quale giudizio esprimere del resto, di fronte a questo tipo di ignoranza che conduce un certo tipo di uomini, assetati di potere e denaro, verso la manipolazione e la distruzione di un bisogno spirituale e sacro di altri uomini, che hanno un’anima da nutrire e che necessitano di  un bene non negoziabile come quello della fede?
Ci sono organizzazioni capaci di sfruttare la naturale propensione dell’uomo verso il viaggio inteso come acquisizione di nuova conoscenze e condivisione di esperienze e queste sono quelle che hanno distrutto la credibilità di molti enti nati per tutelare i viaggiatori ed aiutare i paesi ospitanti ad organizzarne l’accoglienza.
E’ un peccato aver perso occasioni di rispettabile collaborazione e onesti posti di lavoro.
Le grandi organizzazioni si insediano sul posto, ne studiano le potenzialità, istruiscono la gente locale che spesso è preda di fame e stenti ed è disposta a qualsiasi menzogna creando orrori per i turisti. Finti maestri di yoga, finti medici ayurvedici, finti guru, finti rituali. Ma la cosa ancora più raccapricciante è che distruggono l’identità di un popolo che in “certe” tradizioni crede e di “certi”riti vive. In Kerala, come del resto in tutta l’India del Sud, le tradizioni indigene affondano le loro radici in un passato molto più antico rispetto al Nord. Le influenze ariane e musulmane non sono riuscite a penetrare completamente nel tessuto sociale trasformandone le usanze. Alcuni riti, risalgono alle razze proto-australoidi e sono stati conservati nella memoria dell’umanità grazie alle comunità indiane che tutt’oggi li ritengono strettamente legati alla loro esistenza. Altre usanze, sono state conservate dalle comunità tribali di religione animista, le quali, oltre a conservare rituali sciamanici densi di energia percepibile, sono anche custodi di un inestimabile sapere sulle proprietà medicinali di sostanze naturali. trance-TempioE’ sentimento comune assistere a questi rituali autentici come forme artistiche e questo può essere accettato, ma questi riti sono molto di più che arte: essi sono in grado di lasciare un segno indelebile nell’animo dello spettatore. Noi occidentali abbiamo perso ormai l’abitudine al lasciarsi andare per intraprendere il meraviglioso viaggio verso la contemplazione dell’anima ed è ovvio quindi che l’approccio e la partecipazione a tali rituali deve essere eseguito con estremo rispetto verso la  propria individualità. Cercare di trovare l’autenticità è cosa buona ma per non caderne preda è necessario riflettere su quanto poco siamo allenati all’ascolto di noi stessi e della nostra propria anima. L’osservazione non deve significare la perdita della coscienza e il rimanere fermi nella consapevolezza della nostra natura ci permette di discernere i nostri reali limiti e di condividere solo ciò che siamo in grado di  affrontare con cautela, per gradi, e senza fretta.
Ciò non vuol dire avere paura o assistere con sospetto né richiamare alcun cinismo: armarsi di scetticismo nell’assistere ad una cerimonia sarebbe un peccato perché i preconcetti delimitano troppo il campo della conoscenza. Ma lasciarsi andare troppo profondamente in una realtà così diversa dalla nostra, dovrebbe presupporre qualche anno di permanenza nello stesso luogo, almeno per acquisirne i concetti di base. Il rispetto quindi è il giusto atteggiamento: il rispetto verso se stessi e verso il popolo che ci ospita.
I riti e le tradizioni narrano la storia dell’uomo e non possono né debbono essere distrutti. Nello stesso tempo il viaggiatore deve saper riconoscere l’autenticità delle persone e dei luoghi in cui si trova, godere dell’ospitalità, rendendo omaggio con rispetto.
Lo scetticismo mal si lega con la tradizione, specialmente quando in luoghi come il Kerala essa si lega all’adorazione della Madre Terra come dispensatrice di vita, di Madre Natura come fonte inesauribile di nutrimento e dono prezioso da onorare e proteggere.
Come è stato già detto, molti dei riti e delle tradizioni del Kerala provengono da una millenaria eredità animista; si celebra una manifestazione del divino che c’è in ogni creatura o oggetto facente parte del creato e se ne esalta la caratteristica forse più importante che è quella di essere parte di un’unica realtà. In alcuni rituali l’essere umano si immedesima in altre creature della natura, fondendo la propria coscienza con quella universale. La visione di certi “atteggiamenti” può risultare traumatica per alcuni ma è bene ricordare che, nei nostri paesi occidentali, molte organizzazioni religiose e filosofiche, usano sistemi di immedesimazione simili se non ancora più estremi. La raccomandazione è la stessa a prescindere dal luogo in cui ci si trova: non farsi coinvolgere emotivamente specialmente se ci si trova in un periodo spiritualmente difficile.
Di ciarlatani ne è pieno il mondo ma questo non significa dover rinunciare alla ricerca dell’autenticità e vi assicuro che in India ce n’è ancora tanta da sconvolgere tutte le leggi di mercato!
Il turista autentico che viaggia per la passione di conoscenza si reca in un paese senza armarsi di scetticismo; un indigeno autentico che celebra un rito al cospetto di uno straniero apre la porta della conoscenza ad un ospite che considera sacro.
Lo scetticismo nasce da una lettura delle “cose” legata al potere, quella del marketing è una scienza che oggi è di gran moda: studia il modo di trasformare in denaro quelli che sono i bisogni primari di tutti gli esseri umani affinché l’umanità sia solo un’infinità di clienti in fila in un mostruoso supermercato di imitazioni, cinismo e falsità.
Ma la scienza è parte dell’essere umano ed è costretta a dividere il campo con la coscienza e fortunatamente, di solito, è quest’ultima che prende il sopravvento quando si parla di tradizioni comuni.
In India l’individuo solo è a volte guardato con sospetto a meno che non si tratti di un Sadhu. Ma è nel gruppo che l’India riconosce il valore dell’appartenenza ed assegna ruoli che rispetta con incredibile fervore. Questo accade anche in occidente anche se è più difficile coglierne la sottile presenza.
Descrivere l’India nelle sue tradizioni nell’ambiziosa idea di riportarne le sensazioni mediante la scrittura è stata e sarà sempre un’ardua impresa.
Questa Grande Madre è protetta da un gruppo di milioni di figli indigeni e figli acquisiti, e questo immenso fiume di coscienza e fede non si può rinchiudere in uno spazio angusto come quello dello scetticismo né in quello di un giudizio individuale e solo razionale.
In India l’essere umano non occupa sempre  il primo posto nel creato ed è considerato solo una delle manifestazioni dell’energia cosmica. Le loro menti spaziano in ambienti infiniti. La differenza tra noi e loro sta semplicemente nel fatto che noi poniamo l’uomo ancora al centro dell’universo ed  è solo pensando all’essere umano che riusciamo ad intravedere la possibilità di spaziare in ambienti meno angusti di quelli preconfezionati dalla nostra società mentre loro pensano a tutto il creato, il visibile e l’invisibile e alle infinite forme con le quali si manifesta.

maschera tempio KeralaL’importanza di conoscere i riti e le tradizioni è fondamentale per l’uomo che della natura umana non accetta di dover sempre accogliere spiegazioni altrui ma procede nel tentativo di farne personale esperienza.
Certi aspetti dell’essere umano non possono essere descritti ma vanno visti con i propri occhi, percepiti con i propri sensi ed ascoltati nel profondo della nostra coscienza.
E’ la “visione” personale che traccia la linea del pensiero essenziale ma in questo tipo di geometria il razionale e l’irrazionale non fanno parte del piano.
L’amore, inteso come contemplazione dell’anima, passa attraverso colui che è capace di vederne l’energia.
Se ci dovessimo riferire ad una benevola donna centenaria per descriverne lo sguardo, come potremmo, infatti, trovare le parole giuste per parlare della vacuità nei suoi occhi e dei lontanissimi panorami estatici che sembra contemplare  mentre ci guarda? E come descrivere l’oceano immenso in cui sembrano immerse le sue iridi quando nel guardarci sembra oltrepassarci? La “connessione” con la coscienza universale che ella è capace di intrattenere, potrebbe essere chiamata  scientificamente “senilità”, quando non ancora più cinicamente “demenza senile”. Con un po’ di scetticismo qualcuno ne consiglierebbe il ricovero in una casa di riposo e chiamerebbe quel suo stato “vecchiaia”. Eppure quella sua capacità di sintonizzarsi su onde superiori come preparazione al suo viaggio verrebbe descritta come “saggezza interiore” dai suoi parenti e guardata con ammirazione e compiacimento dai “vicini di casa”, perché, quando si passa attraverso l’amore, il totale rispetto è dato ad un corpo che esegue il suo ultimo rito per concedere all’anima di navigare attraverso mondi infiniti.

Pooja Kerala

di Anna Giosuè 23/06/2010

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