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Il colore dell'India
 

 

 

   
 

Festa in KeralaDi tutti i colori percepibili dall’occhio umano, non ve n’è uno che manchi in qualsiasi istante indiano.
In India, è sufficiente guardarsi intorno per vedere migliaia di colori in continuo movimento ed in completa armonia.
Dal bianco candido al nero più cupo, e attraverso le sfumature che inevitabilmente servono per passare da un gradino all’altro della scala dei colori, gli indiani percorrono la  loro storia, da millenni, mirando sempre al conseguimento della continuità di quella  armonia.
L’India è un grande paese, ma non è tanto la vastità in senso geografico a stupirmi, quanto l’enorme varietà di culture le cui tradizioni intellettuali e storiche che si intrecciano e si mescolano a tal punto da risultare impossibile una qualsiasi classificazione.
E’ l’eterogeneità interna dell’India e la più totale e completa apertura al dialogo dei suoi abitanti che continuano a fare di questo paese l’esempio più esauriente di società multietnica.
Gli episodi di violenza che saltuariamente si sono verificati, compresi gli ultimi di Bombay e Delhi, sono deplorevoli, così come lo sono tutti gli atteggiamenti di violenza. Ma in un paese così vasto come l’India, in sostanza, riguardano solo una sparuta quantità di individui, spesso esasperati dalla prepotenza e dalla sfacciataggine di usurpatori di terre. Non è una giustificazione. Gli avvenimenti tragici, dove si consuma l’uccisione di un uomo per mano di un altro, è comunque l’aspetto malvagio dell’essere umano che supera di gran lunga quello dell’animale che uccide solo per fame o per difendere se stesso o i suoi cuccioli. In India c’è e c’è sempre stata l’occasione violenta. Ma è la reazione di tutti gli altri ad essere diversa. Gli indiani sanno accettare la morte come conseguenza della vita, anche quando questa avviene per scelta personale, per tradizione o malattia, rispettandone le cause e le inevitabili conseguenze, ma si indignano profondamente dinanzi alla forma di sopraffazione insita nella violenza e nell’omicidio sociale. In India si uccide, così come purtroppo accade in tutto il mondo, ma rispetto alla quantità di popolazione esistente in questo paese e alle razze conviventi, si può affermare che ciò accade più raramente. E’ un paese in cui non sono mancati sacrifici umani in nome delle tradizioni, v’è da dire che tali pratiche sono quasi totalmente estinte, grazie al cielo! Ma si dovrebbe allora parlare di come da atti estremi rari e leggendari si è passati a renderli quasi istituzionali. Possiamo prendere come esempio l’atroce “sati” delle vedove indiane: fu durante la presa di potere da parte degli inglesi che si può dire che tale pratica trovò la sua diffusione (ma questa è una faccenda che mi sta molto a cuore e sulla quale è bene aprire un capitolo a parte), di questo nessuno ne parla. E’ un paese in cui vige ancora la pena di morte…ma è più uno spauracchio che uno strumento giuridico. Ma, come succede per tutte le cose che non si possono conoscere mai veramente, si parla dell’India solo e sempre in uno dei due eterni opposti : in male o in bene. L’India della fame e della povertà, con l’odore nauseabondo di vita e morte di uomini e animali che arrancano tra baracche e disperazioni, o l’India della meditazione e della non violenza, con i profumi di spezie e gelsomini che inebriano la vita e la morte di questi esseri totalmente privi di istinti malvagi ma intrisi di filosofia, arte,scienze e letteratura. L’India della Mayo il cui Mother India è un attacco virulento alla cultura indiana o l’India di Jones la cui utopia era quella di : “conoscerla meglio di quanto l’abbia mai conosciuta qualsiasi altro europeo”, tanta era la sua ammirazione per questo paese. 
Oggi per noi è ancora più facile cadere preda di impressioni approssimative. Siamo in un tempo in cui le immagini hanno preso il sopravvento sui dibattiti e sulle discussioni. C’è l’India dei depliant turistici  contrapposta a quella delle onlus…Bollywood e Calcutta. Ma di cosa c’è in mezzo, tra questi due poli opposti, si parla poco, perché si conosce poco.
In maniera analoga la stessa cosa succede qui, nel nostro stesso paese.
  Noi siamo ormai abituati a ricevere le notizie più attraverso le immagini ed i video che non attraverso parole che spieghino i motivi e le circostanze di ciò che accade. Questo ci ha portato pian piano all’accettazione della violenza come parte integrante non solo degli altri paesi, ma del nostro, delle nostre città, nelle strade, nelle scuole, nei nostri figli.
La violenza non è solo nell’attacco terroristico…la violenza è anche il condurre l’intera popolazione verso l’assuefazione del concetto di violenza come fatto assolutamente normale della quotidianità.
Noi italiani non abbiamo reazioni se non per chiedere aumenti di salari. Giusto. Manifestiamo contro quel governo che ci toglie diritti e ci conduce verso una situazione economica sempre più incerta.
  Ma non ci indigniamo per la violenza che dilaga ormai nelle vie del nostro paese e che ci viene somministrata ormai quotidianamente attraverso immagini e didascalie.
Si uccide sulle strade per ubriachezza o stati di incoscienza, negli ospedali per superficialità, nelle scuole per scarsi controlli, sui posti di lavoro per mancanza di sicurezza. Genitori uccidono figli e figli uccidono genitori…amici uccidono amici…e potrei continuare, ma è troppo triste.
Non dovremmo indignarci per tutto questo e manifestare, tutti insieme, dilagando nelle strade?
In India lo fanno. Questo però non fa notizia perché non c’è impatto d’immagine.                       Dopo gli ultimi attacchi terroristici avvenuti a Mumbai, attribuiti ad un gruppo pakistano, sulle strade della città si sono riversate milioni di persone che hanno manifestato contro il terrorismo. Indiani che si sono sentiti profondamente offesi dal gesto disumano, a prescindere dalla provenienza presunta o accertata. Induisti, cristiani, islamici, buddisti, tutti, hanno sfilato per le strade, insieme. In particolare, la comunità islamica ha condannato l’atto al punto di non permettere la sepoltura delle salme dei terroristi nel cimitero islamico locale. Il cimitero islamico di Mumbai Bada Kabrastan ha rifiutato di accogliere gli attentatori, seguito dagli altri cimiteri. Ibrahim Tai, presidente del Muslim Council Trust, esprime la generale convinzione che “l’ideologia terrorista non ha rapporti con i principi dell’Islam”. Per cui gli attentatori “non sono islamici e non possono essere seppelliti nei cimiteri islamici”.  E’ bene sapere che, in India, su una popolazione di  1,15 miliardi,  vivono circa 150 milioni di islamici, molti di essi nell'emarginazione. Sono disoccupati il 52% degli uomini islamici e il 91% delle donne; circa la metà di chi ha meno di 46 anni è analfabeta; sono islamici il 40% dei carcerati. Un fatto da segnalare è che dopo l’attentato non ci sono state rappresaglie di tipo etnico-religioso. 
Non c’è stata vendetta. Né da parte della gente, né da parte del governo. La gente manifesta per le strade il suo dissenso, il governo discute dell’accaduto con il Pakistan, ma è l’ONU (e quindi gli Stati Uniti) che decide chi e quale gruppo è da considerarsi terrorista, e che scatenerà una guerra tra l’India ed il Pakistan, se mai ci sarà.
Non c’è stata vendetta, perché non c’è voglia di violenza né di sopraffazione in India. C’è la violenza e c’è la sopraffazione come difetto dell’essere umano e non come dimostrazione di potere di una civiltà tecnologicamente più evoluta su di un’altra socialmente penalizzata.
Non ci sono vendette ma i cortei e le manifestazioni contro la violenza sono eventi quotidiani.
L’India è il paese dei mille colori. La loro festa più bella è “la festa dei colori”, ed è quella in cui ritrovo l’essenza di questa nostra permanenza qui. Se solo sapessimo godere l’un l’altro dei mille colori fino a farli diventare uno solo, come sarebbe facile fare di questa vita una sola festa!
Io amo il mio paese, che è l’Italia, e so che è profondamente amato dagli indiani. Lo so perché ho avuto la fortuna di essere loro ospite per tre anni. Essi hanno accolto me, mio marito e mio figlio, con saggia distanza prima e con benevola accoglienza poi, confermandoci la famosa tradizione dell’India quale paese di straordinaria predisposizione verso lo straniero. Il rispetto non è mai venuto meno. Noi non abbiamo mai dimenticato, neanche per un momento di essere ospiti. Essi hanno saputo perdonare la nostra ignoranza iniziale in fatto di tradizioni locali, ma la nostra buonafede è stata premiata con infinite lezioni di cultura locale. Come donna non ho avuto compiti diversi da quelli che generalmente svolgo in Italia, ma è il modo in cui essi vengono svolti che è diverso, ed ho provato un immenso piacere ad apprenderlo. Non avrei mai potuto imparare tanto di questo paese se non fosse stata la sua stessa gente ad esserne maestra. I libri e le immagini sono stati pensati…io trovo la verità nella spontaneità.
In India ho imparato ad imparare senza perdere la mia identità, ho imparato come vivono loro e le cose alle quali essi danno valore pur conservando la mia cultura e tenendola a cuore. A tal proposito ecco cosa scrisse Tagore a suo genero che era andato in America a studiare agraria:
“Farti amico della gente del posto è parte della tua educazione. Non basta conoscere l’agricoltura: devi conoscere anche l’America. Naturalmente se nel conoscerla uno comincia a perdere la sua identità e cade nella trappola di diventare un individuo americanizzato che disprezza tutto ciò che è indiano, allora è preferibile che resti chiuso a chiave nella sua stanza.”

Mi sono rivolta all’India, ed in particolare allo stato del Kerala, al fine di trovare una soluzione ad un problema di tipo medico che non ero riuscita a risolvere qui in Italia. La mia è stata una richiesta chiara ed esplicita motivata da una “caso umano” per usare la traduzione letterale di come gli indiani chiamano queste situazioni. Il governo indiano e poi la gente comune, tutti, hanno collaborato per rendere possibile il nostro soggiorno nel loro paese nelle modalità più idonee per noi come nucleo familiare. La loro risposta è stata altrettanto chiara ed esplicita.
In India mi hanno insegnato molto. Mai ho sentito da parte loro la pretesa di cambiare me, le mie convinzioni o le mie tradizioni, anzi, essi mi hanno accolta anche sulla base di ciò che potevano apprendere dalla mia esperienza, e sarò loro per sempre infinitamente grata per avermi restituito al mio paese migliore di come ne fossi uscita.
Io non ho mai voluto cambiare loro (non ci sarei comunque riuscita!), ma ho avuto la possibilità di discutere a lungo con loro di tutto…filosofia, religione, caste, vedove, diritti, doveri, storia…ho potuto dibattere con gente comune, come con saggi indu, musulmani buddisti jainisti e tibetani, su temi particolari e delicati senza mai sentirmi a disagio. Essi hanno esplorato le mie idee e navigato sul mio piccolo mare di conoscenza, onorandomi sempre con la più totale devozione all’ascolto. Spero di essere stata utile a qualcuno di loro.
Siamo tornati in Italia da un anno e mezzo ormai. Gli amici in India sono ormai per me parte della mia famiglia. We are a joint family. Siamo un’unica famiglia. Il mio cellulare continua a squillare e quando vedo il prefisso indiano il mio cuore batte sempre con infinito affetto.
L’India ha mille colori, ma il suo cuore batte un solo ritmo e quel ritmo li racchiude tutti. 
Ci sono miliardi di cuori che battono nel mondo, tutti hanno lo stesso colore.

A. Giosuè

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